La Fao batte cassa: «Servono 130 milioni ma finora sono arrivate solo le briciole»

«Tra pochi giorni stormi di uccelli selvatici provenienti dalle aree infette arriveranno in Europa»

da Roma

L’influenza aviaria è «un problema globale che richiede una risposta globale». Per questo è necessario un «impegno politico ai massimi livelli. Solo in questo modo l’azione di contrasto a vari livelli sarà efficace». Non usa mezzi termini, per chiamare alle responsabilità i politici di tutto il mondo, Samuel Jutzi, direttore della divisione di produzione animale e salute della Fao, nel corso di una conferenza stampa organizzata a Roma per fare il punto sull’influenza aviaria. Per questa ragione diventa di cruciale importanza l’azione dell’Agenzia delle Nazioni Unite in quelle aree del pianeta che meno di altre sono attrezzate per tenere sotto controllo la situazione. In particolare, preoccupano «i focolai di H5N1 in Nigeria, Irak e in Azerbaijan, dove è più facile che gli animali selvatici entrino in contatto con quelli di allevamento. E da dove gli uccelli migratori si muoveranno per il viaggio a ritroso verso l’Europa tra qualche settimana, con l’arrivo della primavera», spiega Juan Lubroth, esperto di malattie infettive per la divisione di produzione e salute animale della Fao. «Al momento - aggiunge Lubroth - è impossibile quantificare questo rischio per l’Europa. Per questo, parte dei fondi che abbiamo destinato servono per capire, nei Paesi caldi, se gli animali malati appartengano a specie stanziali o meno. Speriamo di avere le prime risposte tra qualche settimana».
Intanto però la Fao non manca di battere cassa e di «tirare le orecchie» ai donatori dell’Agenzia delle Nazioni Unite che finora hanno devoluto solo 26 milioni di dollari dei 130 richiesti per affrontare l’emergenza influenza aviaria in tutto il mondo nel prossimo triennio. «Mancano i fondi - ha aggiunto Samuel Jutzi -. I 130 milioni di dollari saranno così ripartiti: 50 per il coordinamento e la sinergia tra i vari Paesi e i differenti sistemi di controllo, i restanti 80 per finanziare azioni specifiche in ogni singola nazione, in caso di emergenza». Per ora, denuncia la Fao, di soldi se ne sono visti pochi. Tanto che sono stati utilizzati tre milioni e «altri due sono pronti per essere spesi per sostenere politiche di prevenzione in America latina e nei Caraibi».