«Far l’ubriaco m’ha reso famoso ma in realtà io bevo solo tè»

L’artista si racconta. «Nel ’63 Alberto Lupo mi disse: vai al Derby, c’è uno strano come te. Era Jannacci»

Per lui gli anni non passano. È sempre scanzonato, sgarruppato e la sua filosofia popolare fa ridere, pensare e non passa mai di moda. Quest’inverno lo abbiamo rivisto in tv, più in forma che mai con le sue gag al fianco di Cochi e Renato in Stiamo lavorando per noi. La vis comica non si perde, e non può certo perderla il sor Lino Toffolo da Murano, cresciuto a Milano negli anni gloriosi del Derby a pane e cabaret e sempre sulla breccia. «Anche se nella vita ci sono tre stadi - dice sornione -: giovane, adulto e “ti vedo bene”. Quando cominciano a vederti bene sei rovinato. Ma il colpo di grazia è “sei giovanile”: in quel caso scatta la denuncia». Quindi dov’è il segreto? «Mai arrendersi; neanche pensarci e guardare avanti. Ho partecipato volentieri allo show di Cochi e Renato perché non era un amarcord. Anzi, li ho trovati belli freschi di giornata, con sketch divertenti e canzoni disinserite dai soliti filoni. È stata una bella rimpatriata. Mi sono sentito ancora a mio agio. Anche se ogni tanto m’arrivavano dei soprassalti di malinconia nel non vedere attorno amici come Lauzi e Andreasi. Mi dicevo, che siano in ritardo? Che abbiano sbagliato teatro? (che non sarebbe stata una cosa tanto strana). Al Derby dicevo che eravamo un gruppo: come il sangue. Era un avviso per l’Avis». Toffolo non si bea dell’autocompiacimento del come eravamo. «La nostalgia delle vecchie foto è tempo perso. A meno che tu non sia un contemplativo. Ma allora è meglio guardare i tramonti».
Quindi il sor Toffolo ha navigato gagliardamente tra canzone, cinema, teatro, farsa... Ballate in dialetto come Le carrozzelle, il lancio nazionale con l’immortale personaggio dell’ubriaco, film come Culastrisce e Beati i ricchi, tanta tv e teatro (da Goldoni a Benatzky), insomma un inquieto, artista poliedrico, oppure... «In realtà sono un cialtrone molto curioso che è sempre saltato nel prato del vicino. L’erba non era sempre così verde, ma ho trovato spesso dei bei fiori imprevisti». E continua con la sua simpatica cadenza veneziana: «Sono un ingenuo incosciente, (da noi si dice anche «mona») ma per me tutte le forme artistiche fanno parte della stessa minestra. Ho stropicciato vari generi senza tanto riguardo, e il pubblico mi ha premiato. D’altra parte se per scrivere una canzone pensi a Mozart e Schubert, per una commedia a Goldoni e Shakespeare, per un film a Fellini e Wilder ti si congelano le mani e devi chiedere al 113 di mandare qualcuno con il phon. Devi provarci senza timori, e magari scopri che funziona». Quindi ha anche una sua teoria sull’artista, che lui chiama «auto-salvagente». «L’artista non può essere intelligente e colto, ma deve essere obbligatoriamente se stesso. Ogni individuo è un colore diverso dagli altri, ma sempre originale. Cercare di tingersi per emergere è tempo perso, al massimo si riuscirà a diventare una bella imitazione». Per questo a differenza di Jannacci non s’è buttato sul rock ma porta in giro il suo piccolo mondo antico veneziano. «Sono nato in Laguna, ho il sangue salato. Parlo, penso (si fa per dire) e mi arrabbio in veneziano. In dialetto pensiero-parola sono immediati, posso inventare vocaboli. Parlando italiano devo tradurre. Tra l’altro ai veneti mancano i muscoli facciali per parlare italiano. Oltre alle doppie, ci mancano proprio i suoni. La zeta di pizza non l’abbiamo: diciamo “pissa”. Il mio linguaggio è ispirato al salotto veneziano del ’700: dove dicevano le cose più tremende ma in modo elegante e mai volgare. Oggi è d’obbligo essere sintetici. Lo faccio scrivendo da 23 anni sul Gazzettino di Venezia».
Allora ci racconti come si ottiene il successo - non quello galattico ma quello sudato e duraturo - rimanendo se stessi. «Non so cosa dire perché la mia vita artistica si può sintetizzare in un “perché non vieni a...? Sempre per sfacciata fortuna». Be’, ma non si inizia solo per fortuna. «Ora sono più tollerante ma da ragazzino, epoca giurassica, ero polemicissimo. La radio trasmetteva solo canzoni americane, italiane e napoletane. Da una discussione notturna con gli amici, che sostenevano l’impossibilità di proporre canzoni in veneziano, è nato il mio mestiere». E il salto al Derby? «Anche lì, nel ’63 dopo Cristo, mi ha portato Alberto Lupo dopo che ero stato ospite di un suo Carosello. Le parole esatte di Lupo? “Perché non vai in quel nuovo localino dove c’è uno strambo come te?”. Era Jannacci! Come nei film americani, buttato direttamente in pedana: successo. Mi dicono: puoi venire tutte le sere? No, solo quattro giorni. Avevo un laboratorio di decorazione su vetro e da lunedì a mercoledì dovevo stare là. Per un anno ho fatto Murano-Milano, vetri-cabaret. Poi tutto spettacolo ed è stato (quasi) sempre divertente». E non le costa fatica? «Certo ma anche fare l’amore è faticoso. E pure giocare a calcio». Toffolo è personaggio dalla sincerità disarmante. «In genere sono sorridente perché costa la stessa fatica che stare seri. Poi non uso mai il verbo “devo”. Sono presuntuoso e pigro, ma di quei pigri col senso di colpa, quindi ne faccio di tutti i colori e spazio con disinvoltura da canzoni come Johnny Bassotto al teatro di Goldoni, da L’histoire du soldat di Stravinskij all’operetta che è una fiaba e manda a casa tutti contenti». Ma la grande popolarità è arrivata con Oh Nina e l’ubriaco. «Devo averlo fatto proprio bene se la gente è ancora convinta che io sia un alcolizzato. Quando, a Torino, registravo alla Rai, la sera si andava al ristorante; il cameriere - sorriso alcolico complice - portava una bottiglia per me e una per il resto della tavolata. Io bevo soprattutto tè, ma non ho mai voluto convincere nessuno: è brutto rovinare una leggenda».
Di battuta in leggenda Lino Toffolo ha raccontato la sua storia ma nel presente cosa c’è? «Ora lavoro con l’Orchestra d’Archi Veneziana di mio figlio Paolo con mia figlia Anna alle tastiere: porto in giro le commedie satiriche Tutto subito e Fagioli e computer. Il tragicomico da noi ha una bella tradizione. Le locandine le ha fatte mia figlia Luisa che fa il grafico pubblicitario a Lisbona. Poi sto girando l’Italia con Sior Todero brontolon di Goldoni. L’800 ha rovinato Goldoni, l’ha reso manierato, da sala parrocchiale, pieno di aggiunte gratuite per far ridere. Io l’ho reso cabarettistico mostrando il personaggio per quello che è: un perdente che fa il cattivo coi deboli». Allora ora solo teatro... «Neanche per sogno, coi miei figli ho fatto il film Nuvole di vetro. È girato a Murano, storia real-magica di una cinesina che forse non è mai esistita. Ora sono interessati i giapponesi....».
Bene, ora prima di lasciarlo andare il maestro ci deve spiegare cos’è l’umorismo. «Nelle prime pagine del mio libro Ridi? Perché? c’è una analisi della comicità. Il risultato non è allegro. Ridere significa essere felici, non essere buoni! Ridiamo persino di bambini che cadono e sbattono la faccia per terra. Si ride sempre di uno sbaglio: normalmente degli altri perché ci fa sentire migliori di loro. Problema: per ridere di una sbaglio bisognerebbe sapere quale sia il giusto. Ma visto che la verità assoluta non esiste tutto può essere risibile. Far ridere comunque è bello. È un lavoro privilegiato, non fosse così sarei lo scemo del paese. Sarà stressante, disordinato negli orari ma, come diceva il grande Barzini, piuttosto di andare a lavorare...