Il Far-West del fumetto pistolero «Ma il vero cowboy era Jacovitti»

Il 28 marzo 1957 nasceva uno dei personaggi più amati del fumetto italiano. Oggi la figlia di Jac racconta il mito della «creatura» disegnata dal padre: «Beveva camomilla, perché io ero insonne»

Massimiliano Morelli

da Roma

Non esiste una linea di confine fra la realtà e la fantasia per Silvia Iacovitti, figlia di Benito (la J all'inizio del cognome divenne in breve un vezzo), classe 1923, uno dei più versatili artisti italiani del dopoguerra. A lei pareva tutto uguale, vita reale e fumetti non faceva differenza, perché Jac non cambiava la maschera quando stava in casa, faceva sorridere in pubblico così come fra i familiari. Che riportò pure fra le sue tavolozze, perfettamente miscelati fra i personaggi di grido come Cocco Bill, il cowboy che, a cavallo di Trottalemme, difende la legge come nessun altro e che oggi festeggia il compleanno numero cinquanta.
Che tipo era Jac dentro le mura domestiche?
«Era esattamente come l'avete conosciuto voi, un tipo istrionico. Mi verrebbe da dire che non era un papà perché lui faceva il cowboy anche dentro casa. Era un collezionista di pistole e fucili, quando la Finanza glieli sequestrò si arrabbiò, disse che con tanti delinquenti che c'erano in giro non dovevano andare a rompere le scatole proprio a lui».
Era uno istrionico insomma...
«Glielo assicuro, si metteva quel cappellone in testa e ci faceva ridere. E tutti i giorni a mezzogiorno si... scontrava a duello con un altro disegnatore, Nevio Zeccara. Andavano in cortile e si mettevano uno di fronte all'altro, facendo la gara a chi sfoderava per primo la pistola dalla fondina».
E lei?
«Io? Pensi che una volta mi sparò. Beninteso, con una pistola a salve. Però pensai che mi avesse ucciso veramente, tanto era lo spavento».
Una curiosità: quale fu in quell'occasione la reazione di sua madre?
«Si arrabbiò tantissimo, quel colpo sparato fece un frastuono del diavolo. Un botto assordante».
Cocco Bill: per lei che cosa ha rappresentato il pistolero-beniamino dei bambini?
«Diciamo che è stato un sorta di fratello. Papà mi metteva al suo fianco, mentre disegnava, e io stavo lì, felice, a osservarlo mentre faceva uscire dalla matita segni che, una volta uniti, davano vita a forme meravigliose. Sono cresciuta con lui ed ero orgogliosa, mi faceva sentire importante. Poi, quando fu portato in tv, per fare la pubblicità del gelato, fu una vera e propria festa».
Suo padre ha disegnato il più sbilenco dei pistoleri. Secondo lei perché Cocco Bill ha avuto tanto successo?
«Credo sia dipeso da un fatto generazionale e da quel che veniva offerto al pubblico negli anni '60 e '70. La gente era affascinata dai film western, dall'America, dai cowboy. Fra l'altro in quel periodo nacquero anche altri personaggi a fumetti che riguardavano il mondo del Far-West, Tex su tutti. E poi va detto che Cocco Bill rispecchiava in tutto e per tutto Jacovitti».
In che senso?
«Era un personaggio surreale, uno che dava un pugno e i denti del malcapitato schizzavano da tutte le parti al punto che gli altri si coprivano con un ombrello»
Negli anni questo personaggio è stato amato dai lettori ma scorticato dalla critica, al punto che qualcuno s'inventò pure che era un eroe violento. Lei che idea si è fatta?
«Io dico che quando la violenza è totalmente esagerata fa sorridere e basta. Lei ha presente Pulp Fiction, il film di Tarantino? Quello era un film che piaceva moltissimo a mio padre proprio per questo fatto, tutto era surreale. Altrettanto surreale era Cocco Bill. E come tale non poteva che essere rassicurante per chi lo leggeva».
Perché Cocco Bill sorseggiava solo camomilla?
«Ho un forte sospetto... Ero una bambina insonne e mia madre, puntualmente, mi dava la camomilla. Tutte le sere, alle otto. Ecco, io sono convinta che per mio padre un momento del genere era difficile da gestire per uno come lui, disabituato a partecipare alla vita di famiglia. E le otto, col bicchierone di camomilla da farmi bere, diventavano per lui un'ora tremenda».
Possiamo scrivere che questo è stato il personaggio più amato da Benito Iacovitti?
«Dico la verità, non lo so. Voleva bene a tutti i suoi personaggi perché era innamorato del suo lavoro. Gli piaceva disegnare, inventare storie, fantasticare. L'unica cosa che possiamo dire è che è senza dubbio il personaggio che gli ha dato il successo».