Ma per fare la legge elettorale basterebbero un paio di mesi

Nessuna persona di buon senso, di qualsiasi orientamento politico, può oggi mettere in dubbio la necessità - l’obbligo - di andare ad elezioni per superare la lunga agonia del governo Prodi che ha mantenuto il paese in uno stato di paralisi, più che mai deleterio per la profonda crisi che attraversiamo, nazionalmente ed internazionalmente. Questa indubbia urgenza di rimettere nella mani degli elettori la scelta dei parlamentari e dei governanti, potrebbe indurre a chiudere qui il discorso sugli scenari del momento, se non incombessero i guai derivanti dall’attuale sistema elettorale che presenta un duplice grave inconveniente. Innanzitutto nelle elezioni senatoriali, il sistema dei premi di maggioranza regionali produce esiti incerti e talmente arbitrari che sarebbe dissennato mantenerli in vita, anche considerando il vantaggio che i sondaggi attribuiscono oggi al centrodestra. Una democrazia degna di questo nome deve sottrarsi alla pura logica del potere, e le leggi elettorali non andrebbero piegate più di tanto alle convenienze di un determinato momento.
In secondo luogo si sottovaluta l’impatto negativo che gli attuali sistemi elettorali di Camera e Senato hanno per tutto quel che riguarda la sottrazione agli elettori della scelta dei parlamentari, affidata attraverso le liste bloccate ai partiti e ai loro leader. Occorre perciò tentare una rapida riforma della legge elettorale per entrambi i rami del Parlamento prima di affrontare la prova popolare. So bene che, con la scusa della riforma, si potrebbero rimandare le elezioni alle calende greche, così come finora ci si è gingillati senza approdare da nessuna parte.
Sarebbe perciò opportuno che il capo dello Stato esercitasse al meglio i suoi poteri istituzionali per forzare l’attuale Parlamento a fare ciò che finora non è riuscito a fare. Potrebbe, ad esempio, prescrivere un termine improcrastinabile di due, tre mesi per approvare le nuove leggi elettorali secondo due obiettivi: conseguire una maggioranza certa alla Camera ed al Senato per la governabilità, e mettere in atto un chiaro meccanismo che restituisca la rappresentatività ai cittadini.
Se il capo dello Stato riuscisse ad affidare un tale mandato imperativo, il governo che ne scaturirebbe - «ponte», «di transizione», «tecnico», e comunque non affidato a Prodi - non sarebbe un inganno. Sarebbe una soluzione utile alla democrazia ed al paese, e i cittadini potrebbero andare presto alle urne come desiderano e meritano.
m.teodori@mclink.it