«Faremo riavere alla città quei 238 milioni»

«La partita di Serravalle non è finita. Fra poco si pronuncerà il Consiglio di Stato e i cittadini potrebbero riavere i loro 238 milioni di euro». Bruno Dapei oggi è il presidente del consiglio alla Provincia di Milano, ma allora era il capogruppo di Forza Italia.
Presidente Dapei, cosa c’entra il Consiglio di Stato?
«Dopo una lunga battaglia in aula, feci ricorso al Tar contro Provincia, Asam, Banca Intesa e Serravalle per annullare l’operazione».
E il Tar le dette torto.
«No, non mi ha dato torto. Disse che ero carente di legittimazione a ricorrere perché non subivo un danno dall’operazione. Quello che fa di solito il Tar quando non si vuole pronunciare. Ma mi concesse di ricorrere al Consiglio di Stato».
E ora?
«Non aver potuto votare in aula quella delibera io lo considero un danno. Il mio avvocato Ercole Romano è molto fiducioso. Certo che se anche i legali del Comune e l’assessore Bruno Tabacci mi dessero una mano, si potrebbe fare ancor di più».
Sarebbero un sacco di euro.
«Un bel po’. La metà della sentenza Cir. Con quelli magari il sindaco Giuliano Pisapia potrebbe evitare di applicare ai milanesi l’addizionale Irpef che vale appena un quinto di quei soldi».
Quando Penati strapagò Marcellino Gavio, lei era in consiglio provinciale.
«Il centrodestra era all’opposizione e urlò a più non posso. Ma non servì a nulla. E i grandi giornali furono, diciamo così, disattenti».
Oggi il Pd chiede a Penati di dimettersi.
«Lo trovo ipocrita».
Perché ipocrita?
«Dove era la sinistra quando noi chiedevamo una commissione d’inchiesta sulla Serravalle?».
Dov’era?
«Nei banchi a bocciarla. Penati aveva un voto, ma Ds e Margherita votarono compatti contro. Tutti. Oggi finalmente mi vogliono spiegare perché?».
Perché lo fecero?
«Per convenienza politica. Preferirono mettere la testa sotto la sabbia. Erano gli stessi che oggi si dicono diversi, quelli che oggi vogliono fare i campioni della trasparenza».
A Penati la Serravalle piaceva molto.
«Gli piaceva talmente che quando fu nelle sue mani, portò da 11 a 21 i membri del cda».
Perché lo fece?
«Solo per soddisfare tutti gli appetiti della sua parte. Ognuno aveva un posto. Poi ci volle una legge dello Stato per mettere un tetto ed evitare questa spartizione».
Quell’acquisto fu uno scandalo?
«La plusvalenza incassata da Gavio è davvero uno scandalo. Ma le verità è che comprava e vendeva lo stesso partito. Il centrosinistra a Genova vendeva a Gavio le azioni a 2,19 euro e il centrosinistra a Milano comprava da Gavio le stesse azioni a 8,83. E adesso ci vogliono dare lezioni di moralità».
C’è anche la questione della case per i rom affittate da Piero Di Caterina, l’imprenditore allora suo amico e socio. Ma che oggi lo accusa.
«Penati le affittò da Di Caterina a prezzi esorbitanti».
Come lo giustificò?
«Con una “determina d’urgenza”, disse che c’era fretta. Ma il compito della Provincia non è mica dare case ai rom. Lo si può fare, ma con calma. E senza buttare soldi».
Come fini?
«Che poi Penati addirittura le comprò».
Comportamenti discutibili.
«Io sono un garantista. Penati deve potersi difendere. Io l’ho affrontato a viso aperto e con lealtà quando sembrava invincibile. Non voglio infierire oggi che è in difficoltà».