Farina, l'uomo che si faceva giustizia con le molotov

Per anni leader del centro sociale Leoncavallo di Milano, oar è deputato del Prc e vicepresidente della Commissione giustizia

Esperto di leggi per averle violate più volte, Daniele Farina è diventato legislatore come deputato del Prc. La bella trovata di Fausto Bertinotti è piaciuta all’intero centrosinistra che l’ha giulivamente portata fino in fondo. Poiché Farina ha frequentato per lustri le aule giudiziarie come imputato, si è dedotto che avesse una buona competenza in materia di giustizia ed è stato eletto vicepresidente dell’omonima commissione della Camera. C’è chi diventa luminare del diritto col Corpus iuris come Triboniano e chi col lancio delle molotov come Farina. Per ora, succede solo in Italia. Altrove sono ancora attestati sul classico e utilizzano come legislatori avvocati, professori e altra merce stantia. Ma l’Italia è il laboratorio politico d’Europa. Prima o poi, verranno da fuori a studiarsi il nostro Farina e ne eleggeranno uno nei loro Paesi. Godiamoci dunque la primizia, cercando di vedere in Daniele, al di là del pregiudicato, l’antesignano. Il vicepresidente Farina è un quarantaduenne milanese, calvo e barbuto, che ha indossato la sua prima cravatta entrando a Montecitorio. Diventato deputato, ha smesso i panni decennali, jeans e maglietta, di portavoce ufficiale del Leoncavallo, il leggendario covo meneghino. Come re dei leoncavallini, l’onorevole è stato alla testa di tutte le gazzarre che hanno incasinato Milano negli ultimi decenni. Si è beccato nel 1989 una condanna a un anno e sei mesi per il lancio di una bottiglia incendiaria contro un agente che lo inseguiva. La molotov ha fatto un paio di giravolte e si è spiaccicata a terra, risparmiando lo sgherro abbietto. Deve al fiasco se la pena gli è stata condizionalmente sospesa. Ha avuto altri dieci mesi nel 1998 per lesioni personali. Altri quattro nel 2000, stavolta per una quisquilia: un concerto non autorizzato dal Comune. Comunque, senza stare a pignoleggiare, l’onorevole è entrato e uscito dai tribunali per le più variopinte imprese. Dall’occupazione dell’Università, all’istigazione a delinquere, agli scontri muscolari coi poliziotti, a disparati casotti, incidenti, manifestazioni e arrembaggi. Un curriculum penale coi controfiocchi. Una volta, mentre era impegnato in una di queste bravate, lo chiamò sul cellulare l’allora pm Totò Di Pietro che voleva dirgli di smetterla di piantare grane. «Sono Di Pietro», esordì Di Pietro stentoreo. Ma, per qualche sconosciuta ragione, l’inconfondibile accento del Molisano non fu captato da Farina che rispose: «E io sono la Madonna» e attaccò. Alla Camera invece, Daniele è un agnellino. Non presiede mai la commissione, siede silenzioso tra i banchi, in disparte, quasi intimidito. Nessuno, per quanto si chieda in giro, ha ben capito quale genere di animale sia, se una repressa fiera sanguinaria o una mite creatura domestica. Agli avversari politici, Farina fa impressioni opposte.

Bondi di lui ciceva: fa paura Per Sandro Bondi di Fi, che subito stigmatizzò sia la sua vicepresidenza, sia la nomina dell’ex terrorista Sergio D’Elia a segretario della Camera, Farina è tuttora un personaggio inquietante. «Incute paura, basta guardarlo in faccia - ha detto -. Io che vengo dal Pci posso garantire che è uno di quei tipi che il partito metteva al bando. Mentre in D’Elia si vede che ha avuto un profondo cambiamento, Farina è identico a se stesso. Quando contestai la sua nomina, mi sono detto: “Forse sto rischiando”». All’inverso per Riccardo De Corato, deputato di An e vicesindaco di Milano, Farina è «un prete di campagna». Lui lo conosce sia come concittadino che da collega in Consiglio comunale ai tempi del sindaco Albertini. «Parla lento e suadente. Ti ascolta. Vero che ne ha fatte di cotte e di crude, ma è più un ideologo che un picchiatore. Mutatis mutandis, più un Toni Negri che un brigatista. Mentre Ciccio Caruso (l’altro deputato di Prc pluripregiudicato e rappresentante dei centri sociali del Sud, ndr) ha l’aria di sfida lontano un miglio, con Farina viene di andare a braccetto in osteria».

Esordì con le occupazioni Daniele come il più giovane Caruso è un laureato in Scienze politiche. Materia che sembra avere sostituito nelle preferenze dei confusionari la Sociologia cara ai Curcio degli anni Settanta. Esordì giovanotto occupando la casa di via dei Transiti a Milano, un centro di Autonomia Operaia ormai dimenticato. Ne fu l’anima, con gli inseparabili Angelone e Mario «il Lungo», uno che per mantenersi faceva la maschera di teatro. Deve però la sua fama e l’attuale posizione al Leoncavallo. Questo centro giovanile, che da decenni fa rizzare i capelli ai milanesi, prende il nome dalla strada (dedicata al Maestro dei «Pagliacci») in cui occupò la sua prima sede. Dal '94 è però in via Watteau, dove ha requisito manu militari l’ex Stamperia degli immobiliaristi Cabassi. Per anni è stato un fortino da cui partivano spedizioni punitive e drappelli che mettevano la città a soqquadro. Alla testa delle imprese c’era sempre Farina che aveva però nel contempo una funzione pacificatrice. Era in prima linea, ma per mediare tra ragazzotti e forze dell’ordine. Teneva anche i rapporti con le autorità comunali, in particolare col capogruppo di Prc, Umberto Gay, suo interlocutore privilegiato.

Consigliere comunale a Palazzo Marino Una vocazione istituzionale che lo ha portato nel 2001 a sedere a Palazzo Marino e oggi in Parlamento e sempre come portavoce del Leoncavallo. Man mano che si è calmato invecchiando, Daniele ha dato sempre più un’impronta di decenza al Leonka. Tanto che oggi, rispetto ad altri agguerriti centri sociali, somiglia piuttosto a una parrocchia. Da tempio della contestazione, si è trasformato in una holding di affari rigorosamente illegali. Organizza mega concerti a pagamento per migliaia di persone. Ha bar, ristoranti, balere dove si possono consumare lasagne e bere vino a prezzi popolari. Il tutto, naturalmente, senza scontrino e senza che il Leonka paghi una lira di imposte sui suoi notevoli introiti. Mai che le Fiamme gialle di Visco o di Tremonti abbiano ficcato il naso nel business di Farina & co. Il Leonka che non paga ai Cabassi una lira per l’occupazione è da anni sotto sfratto. Ogni sei mesi si affaccia l’ufficiale giudiziario per mettere i sigilli, guardato storto dai giovanotti. Ovviamente non osa e dice ogni volta: «Ok, ci rivediamo tra sei mesi». Cosa Farina e i suoi facciano di tutti i loro soldi è ignoto e non interessa nessuno. È la Milano dei due pesi e due misure. Per darsi un tono contestatore, il Leonka fariniano lancia ogni anno una sfida al perbenismo cittadino con la «Festa della semina». La semina è quella delle piantine di cannabis che sono messe a dimora nell’orto della Stamperia. La canapa, astutamente, è a basso contenuto di principio attivo, sul filo tra legalità e reato. I carabinieri, con la stessa grinta degli ufficiali giudiziari per lo sfratto, sequestrano un po' di marijuana per farla analizzare e si riaffacciano l’anno successivo.

La mamme del Leonka Daniele, per proteggere la sua creatura, si è inventato alcuni paraventi tipicamente italici. Uno è la confraternita delle «Mamme del Leonka», gruppo di genitrici che sostiene il centro in nome dei rampolli che vi trovano giusto e sano svago, tra musica, arringhe e spinelli. L’altro è la fondazione «La città che vogliamo» costituita da Farina, Milly Moratti, la petroliera dell’Inter, il pittore Angelo Baj, Luciana Castellina, Antonio Panzeri, e consimili illustri cittadini. I signori sono impegnati a raccogliere fondi per tacitare i Cabassi che rompono semestralmente con la storia dello sfratto. Da tutto questo avrete capito che il neo deputato somma, al genio della contestazione, il bernoccolo degli affari. Al suo progressivo imborghesimento si accompagna infatti il moltiplicarsi di attività imprenditoriali in proprio. Incuriosito dalla scheda biografica parlamentare di Dany, che alla voce «Attività» dice: «Libero professionista», sono andato a vedere. In una larga accezione, corrisponde. Dany possiede l’ottanta per cento del «Centro Copia Greco srl». È un negozio nei pressi del Leonka per fotocopie, servizi di segreteria e stenodattilo. Se ne occupava di persona. Ma dopo l’elezione, non potendo più farlo, ha ceduto la quota. È inoltre sindaco di una società di trasporto merci, la «Coop Speedy» che ha in comune con l’amico inseparabile Luca Grezzi e altri leoncavallini. Ma dove si rivela di più il lato romantico dell’onorevole, è nella «Biosfera Italia», di cui è socio accomandatario. L’accomandita si occupa di coltivazioni naturali e floricoltura. Soprattutto, però, vende prodotti cosmetici di prima qualità. Attività inattesa per un ex lanciatore di molotov. In realtà, coerente con lo sviluppato istinto commerciale di Daniele: prima si è preparato il mercato con le imprese del Leonka, facendo venire rughe e capelli bianchi ai concittadini, e ora gli rifila pomate a pagamento per rimettersi in sesto. Geniale, onorevole. Chapeau!