Farmaci con ricetta nei supermarket: scontro tra Ds, Federfarma e laureati

La Quercia: i negozi non sono idonei «Ma così si fa un favore alle lobby»

da Milano

Decreto Bersani sulle liberalizzazioni, ovvero il coitus interruptus del governo Prodi. Era di poche settimane fa l’analisi dell’istituto di ricerca Bruno Leoni che sottolineava come lo sbandierato programma di privatizzazioni nei vari settori - dalle Poste all’Energia, dal trasporto ferroviario a quello aereo - si sia mediamente arrestato al 52 per cento, a metà, cioè sul più bello. Di pochi giorni fa invece l’ultimo niet arrivato dalla sinistra sulla possibilità di commercializzare i cosiddetti farmaci di «fascia C» anche nella grande distribuzione, così come previsto da un emendamento approvato dalla Camera il 29 maggio sul ddl «Misure per il cittadino consumatore e per agevolare le attività produttive e commerciali». I farmaci di fascia C, che a differenza di quelli da banco necessitano della ricetta, comprendono una gamma che va dagli oncologici, ai dopanti, agli antipsicotici, agli estrogeni e agli antidepressivi e poco altro.
Sulla riforma, che è attualmente all’esame della commissione Industria del Senato, incombeva l’anatema lanciato dal ministro della salute Livia Turco, fin da subito allineata alle posizioni dei titolari di farmacia. E non a caso proprio dalla commissione sanità del Senato è arrivato il primo stop contenuto nel parere presentato da Fiorenza Bassoli, responsabile nazionale Ds per il welfare. La richiesta di stralcio contiene più o meno le stesse motivazioni «tecniche» agitate dalla Turco, secondo cui i supermarket non sarebbero idonei alla vendita dei suddetti medicinali pur in presenza di farmacisti. Competenza che, spiega la Ds Bassoli, spetta «solo alle farmacie che hanno un ruolo di presìdi, svolgono vigilanza farmacologica e per questo hanno obblighi di orario e di copertura territoriale a tutela dei cittadini e che i supermercati non hanno».
Ma sulla questione è da tempo guerra aperta non solo a livello politico ma all’interno della stessa categoria dei farmacisti. Contro le posizioni della Federfarma sono infatti schierati coloro che sognano di rompere il regime di monopolio che contingenta il numero di farmacie sul territorio e impedisce a tutti i farmacisti laureati di entrare nel libero mercato. Tra queste, anche le associazioni consumatori. Vincenzo Devito, segretario del Mnlf (Movimento nazionale liberi farmacisti, ndr), annuncia di aver già presentato altri due nuovi emendamenti: «L’ostruzionismo alla liberalizzazione è soltanto un favore alla lobby dei titolari di farmacia che non ci stanno a perdere nuove fette di mercato dopo la deregulation dei prodotti da banco. Ma è una chiusura - dice Devito - che va contro la direzione dell’Unione europea che ha già affermato il binomio farmaco-farmacista in sostituzione di quello farmaco-farmacia. Il farmacista laureato e abilitato è l’unica figura in grado di assicurare al cittadino le necessarie garanzie di sicurezza per la salute».
Di parere opposto è ovviamente Giorgio Siri, presidente della Federfarma: «Altro che liberalizzazioni, questa riforma vuole stravolgere un intero sistema che funziona bene ma che certo può essere migliorato. Su tutto il territorio si assisterebbe a una riduzione della qualità del servizio fornito dalle farmacie. Inoltre, i piccoli centri resterebbero senza farmacia, che in molte zone è l’unico presidio sanitario facilmente accessibile». Posizione, come detto, supportata dalla Turco che ha dichiarato: «Questi farmaci, anche se a carico del cittadino, per alcuni classi e tipologie sono equiparabili a quelli di fascia A, soprattutto per quanto riguarda gli antitumorali. Farmaci dunque da erogare quindi necessariamente accompagnati dal consiglio di esperti e in luoghi sicuri». Ma la partita resta aperta.