Farmacie, il Comune dovrà restituire 130 milioni

Una tegola da 130 milioni di euro piomba su Palazzo Marino e avvelena l’ultima settimana di vacanza al sindaco Gabriele Albertini. La mazzata arriva dal Consiglio di Stato che boccia, forse definitivamente, l’operazione di vendita delle farmacie comunali e dà ragione alle tesi sostenute da Federfarma. Un tormentone che dura ormai dal giugno 1999, ma che ora rischia di essere arrivato al capolinea. Con Palazzo Marino che potrebbe essere costretto a tirar fuori al più presto i soldi già incassati. Un problemino non da poco, visto l’impellente bisogno di denaro fresco necessario per finanziare le ultime grandi opere della giunta Albertini (metropolitane, canale scolmatore a Niguarda, città delle culture, biblioteca europea) e le sabbie mobili in cui è impantanata la privatizzazione della Sea, la società che gestisce gli aeroporti di Linate e Malpensa.
«Siamo abbastanza tranquilli perché la privatizzazione che abbiamo portato a termine nel 2001 era conforme alle direttive europee», la replica del vicesindaco Riccardo De Corato. Che dai toni appare subito come una difesa poco più che d’ufficio. Nettissima, infatti, la sentenza depositata l’8 agosto dalla quinta sezione del Consiglio di Stato che si pronuncia dopo il Tar della Lombardia, la Corte costituzionale e la Commissione europea. Per Palazzo Spada la privatizzazione delle 84 farmacie milanesi, passate nel 2001 alla multinazionale tedesca Gehe (ora Admenta), è da annullare. E senza possibilità altri passaggi alla Corte di giustizia del Lussemburgo, come sperava la giunta Albertini. A vanificare l’operazione il conflitto d’interessi, ovvero «l’incompatibilità tra la gestione delle farmacie con qualsiasi altra attività di produzione, informazione, intermediazione e distribuzione di medicinali» «Ora - spiega De Corato - i nostri uffici legali ci spiegheranno come dipanare questa matassa che è piuttosto aggrovigliata. Però se è vero che ora c’è una sentenza del Consiglio di Stato che ci dà torto, è anche vero che l’Unione Europea ci dà invece ragione, tant’è che ha contestato la nuova normativa del governo italiano in materia». E il vicesindaco abbozza già la controffensiva. «Quando abbiamo dato vita all’operazione di vendita c’era un’altra legislazione - puntualizza - e quindi noi abbiamo fatto le cose in maniera del tutto regolare. Poi la legge italiana è cambiata, ma le nuove disposizioni sono contestate dall’Ue, che di fatto ci dà ragione. Il governo dovrà probabilmente cambiare la legislazione in materia e adeguarsi a quanto dice l’Europa. In ogni caso i 130 milioni derivanti dalla vendita delle farmacie sono già investiti e comunque non credo che la situazione si risolverà nell’arco di pochi giorni».
Nell’Ue confida anche il professor Mario Talamona. «Nessun effetto immediato - assicura l’assessore al Bilancio e Privatizzazioni di Palazzo Marino -. La Corte costituzionale ha chiuso il troncone italiano della vicenda, ma c’è sempre la Commissione europea. Comunque è vero che il Comune dovrebbe restituire l’introito, ma anche che riacquisterebbe l’80 per cento del capitale della società». E, quindi, la possibilità di ricollocare le farmacie sul mercato indicendo una nuova gara.
Tutt’altro clima dalle parti di Federfarma. «Non abbiamo mai capito - le parole del presidente lombardo Paolo Gradnik - perché l’amministrazione comunale, su consiglio dell’allora assessore alle privatizzazioni ora direttore generale Giorgio Porta, abbia preso la via avventurosa di dare le farmacie a una multinazionale tedesca anziché ai privati. Ora ci aspettiamo che il Comune dia pronta applicazione a questa sentenza. Se ci dovessero essere dei ritardi, i farmacisti chiederanno a un commissario di fare quello che l’amministrazione non vuol fare».