Farmacie di primo soccorso: rischio conflitto di interessi

Fa discutere il piano proposto dalla Farmacap per riorganizzare la sanità di primo soccorso, illustrato ieri dall’azienda sociosanitaria

Dove se non nelle farmacie, distribuite più o meno uniformemente sul territorio, organizzare quella sanità di primo soccorso di cui tanto si parla e per la quale poco si conclude? Insomma se qualche ospedale verrà chiuso - così come stabilito nel piano di rientro sanitario - qualche altro riconvertito in residenza sanitaria o in hospice e, al contempo, gli ambulatori in città quelli sono e quelli restano, si dovrà pur trovare un escamotage in alternativa.
Eccolo appunto. Invece di tirare su nuovi edifici, impiegare costosi investimenti per adattarne altri alla collocazione di reti per l’assistenza territoriale pur di risparmiare preziose risorse, la Farmacap (l’Azienda farmaco-socio-sanitaria del Comune di Roma, che ieri ha organizzato un seminario sul tema), sull’onda del disegno di legge del ministro della Salute Livia Turco, si è proposta «di contribuire al perseguimento degli obiettivi del servizio sanitario nazionale con l’istituzione di presidi polifunzionali e di primo soccorso all’interno delle farmacie».
E per ovviare all’inevitabile conflitto di interessi tra prescrittore e venditore di farmaci, che sarebbero la stessa persona, ad accogliere i pazienti ci saranno i farmacisti ai quali potrebbe essere consentito addirittura concedere qualche medicinale senza ricetta medica a patto che la specialità venga annotata su un apposito «librone delle eccezioni». Quanto ai costi delle prestazioni sanitarie erogate la Farmacap si fa portavoce generale e propone un «ticket» del valore di un quarto rispetto a quello standard. Ossia rispetto a quello che si paga, per editto nazionale, su ogni prestazione sanitaria. E sarebbe proprio il miraggio dello sconto a costituire l’incentivo per il paziente a recarsi in farmacia piuttosto che dallo specialista o dal medico di famiglia patendo file e trafile burocratiche. Insomma, sembra l’uovo di Colombo per «deflazionare» le liste d’attesa. Peccato che in questo modo si fa strada l’ipotesi di concorrenza poco leale con gli altri erogatori pubblici. E quindi c’è bisogno di norme che vadano a regolare capillarmente il servizio erogato. Una puntualizzazione che fa pure l’assessore regionale alla Sanità Augusto Battaglia, presente al convegno di ieri, il quale precisa che «si partirà con un progetto pilota in una farmacia rurale di Rieti ma poi, ci sarà bisogno di un piano più ampio anche in concomitanza della revisione dei requisiti sul nuovo convenzionamento».
A parole il progetto complessivo di affidare alle farmacie una fetta di assistenza sanitaria di prima battuta potrebbe essere considerato meritorio, contando che allargherebbe il circuito dei servizi dedicati alla prevenzione e alla salute. Ma il sospetto è che, scendendo nel dettaglio, quel merito si trasformi in mero vantaggio economico. E critiche in questo senso arrivano proprio dal presidente dell’Ordine dei medici di Roma, Mario Falconi, che si dice profondamente preoccupato di qualsiasi forma di farmacia sostitutiva del medico perché «quella che si andrebbe a delineare sarebbe un’offerta sanitaria sempre meno solidale e sempre più disattenta dei reali bisogni di un Paese che invecchia. Piuttosto si aprirebbe quello che nessuno di noi si augura: il mercato della salute con tutti i limiti che ne conseguono».
E in uno scenario del genere non mancano le provocazioni: «Sono disposto a fare lo sciopero della fame, e altri colleghi lo saranno con me, semmai - chiosa Falconi - dovesse passare una legge del genere. Vale a dire una legge che toglie ai medici l’esclusività dell’esercizio della professione».