Farmacisti compatti contro Bersani: è stata serrata totale

Volantinaggi in tutta la città per spiegare la loro protesta. De Lillo (Fi): «Vogliono trasformare il paziente in consumatore»

Francesco Bisozzi

L’ultimo sciopero dei farmacisti risaliva a 36 anni fa. Un dato sufficiente da solo a misurare il disappunto espresso dalla categoria nei confronti del decreto sulla liberalizzazione voluto dal ministro delle Attività produttive Pierluigi Bersani. Ma i professionisti del settore non si sono limitati a incrociare le braccia. Offesi da una serie di proposte che ne calpestano l’etica professionale, si sono radunati in diversi punti cruciali della città (davanti al Senato, al Parlamento, al ministero della Salute e alle sedi dei maggiori partiti) per distribuire ai cittadini dei volantini in cui illustravano i motivi dell’astensione. I vertici della Federfarma, l’associazione dei farmacisti privati che ha indetto la protesta, si sono dichiarati soddisfatti: «Il 93 per cento delle farmacie ha aderito allo sciopero». Per evitare disagi all’utenza sono rimaste aperte solamente quelle di turno.
Del decreto spaventa l’impostazione di natura squisitamente economica. Secondo i rappresentanti della categoria invece di prendere a cuore la tutela della salute dei cittadini tende a fomentare pericolose logiche mercantili. «Il pacchetto Bersani - sostiene il segretario nazionale di Federfarma Franco Caprino - va incontro agli interessi dei grossi gruppi economici e a quelli dell’industria farmaceutica». Risulta particolarmente indigesta la proposta di liberalizzare la vendita dei cosiddetti «Sop», i farmaci che non richiedono alcuna prescrizione medica. Scuote la testa il farmacista Fabio De Lillo, consigliere comunale di Forza Italia: «Fare uscire i medicinali dalle farmacie per venderli nei supermercati è un’aberrazione. In questo modo il paziente si trasforma in consumatore». In altre parole si corre il rischio d’instillare nel cittadino abitudini deleterie. «Il nostro mestiere - spiega De Lillo - consiste nel consigliare l’utente, dispensando i farmaci solo in caso di necessità. Al contrario nei supermercati l’imperativo è vendere. Temiamo insomma che si finisca col promuovere un uso sconsiderato dei farmaci, come del resto è già avvenuto negli Stati Uniti e in Inghilterra. Esistono principi attivi, come per esempio l’acetilsalicilico nell’aspirina, che possono rivelarsi terribilmente dannosi». Come possibile soluzione il consigliere, nonché membro della commissione Servizi sociali, suggerisce di far stabilire all’Agenzia italiana del farmaco quali medicinali siano veramente innocui per poi metterli in vendita in confezioni ridotte nei supermercati.
Il decreto presenta altre importanti novità. Dalla libertà di sconto sul prezzo alla possibilità di essere cotitolare di più farmacie, fino al ridimensionamento della titolarità temporanea della licenza per gli eredi. Su quest’ultimo aspetto la commissione Bilancio ha aperto uno spiraglio, portando da uno a due gli anni di tempo concessi per ereditare una farmacia. Mentre, per rimanere sempre in tema di piccole aperture, ieri pomeriggio Federfarma si è detta favorevole a dialogare sulla «possibilità di vendere medicinali di automedicazione anche al di fuori della farmacia e a rivedere il meccanismo del commercio all’ingrosso, rendendo meno rigide le norme sulla gestione societaria delle farmacie. A condizione che si evitino eccessive forme di concentrazione perché danneggiano il cittadino e mettono in pericolo la sopravvivenza del servizio farmaceutico». Il ministro delle Attività produttive avrà tempo fino all’assemblea di domani per decidere se accettare o no l’invito. Altrimenti la categoria vedrà quali altre forme di protesta adottare. E c’è chi pensa addirittura di sospendere la convenzione con il servizio sanitario nazionale che regolamenta la distribuzione del farmaco in regime di assistenza pubblica gratuita.