Farnesina, quegli scomodi «vice»

Livio Caputo

Ha chiamato la presenza delle truppe della coalizione dei volonterosi in Irak «occupazione», esattamente come fa la sinistra radicale; ha annunciato un ritiro immediato dei nostri militari in Irak, seppure «nei tempi tecnici necessari», proprio come vogliono Bertinotti e Diliberto; ha detto di voler combattere il terrorismo «senza fare crociate», come se fosse un duello tra gentiluomini; ha annunciato che la stella polare dell’Italia dovrà essere di nuovo l’Europa, sorvolando sul fatto che l’Unione di cui vuole prendere velleitariamente la testa si dibatte in una delle peggiori crisi della sua storia. Le dichiarazioni programmatiche di Romano Prodi in materia di politica estera, reiterate nella replica, sono state anche più inquietanti di quanto si temesse: nonostante qualche consolante parola sulle relazioni transatlantiche, siamo di fronte a una autentica virata rispetto alla linea del governo di centrodestra, che la stampa internazionale ha già messo in rilievo e che, con buona pace del Professore, il quale insiste su una immaginaria «perdita di credibilità internazionale» dell’Italia berlusconiana, non mancherà di nuocere al nostro status internazionale.
Ma, più ancora delle parole, spaventano i fatti, cioè i profili dei sei (!) deputati e senatori nominati alla Farnesina come vice-ministri e sottosegretari per affiancare ed eventualmente sostituire Massimo D’Alema quando sarà assorbito dalle altre sue funzioni di vicepremier e presidente dei Ds. Anche se per la maggioranza degli italiani sono quasi degli sconosciuti, si tratta degli uomini e delle donne che ci rappresenteranno in giro per il mondo, nelle molte conferenze, consigli ed assemblee cui un membro del G8 è tenuto a partecipare.
La personalità, la storia e le idee dell’onorevole D’Alema – soprattutto per quanto riguarda la politica mediorientale - hanno già sollevato notevoli perplessità e suscitato l’immediato allarme di Israele. Ma, dopo avere dato un’occhiata ai curricula di chi lo affiancherà, c’è da augurarsi che non prenda mai neppure un raffreddore. Cominciamo da Patrizia Sentinelli, fino a ieri capogruppo di Rifondazione al Comune di Roma e responsabile Ambiente ed Enti locali del partito. Ha 56 anni, viene – tanto per cambiare – dalla Cgil, ha per sua stessa ammissione uno splendido rapporto con i movimenti no-global e come obiettivo di affossare definitivamente il liberismo. Ha parlato di «orrore» dei Cpt, i centri in cui vengono ospitati i clandestini in attesa di rimpatrio. Non risulta avere alcuna specifica esperienza di politica estera, salvo che per una mozione di esemplare tatto al Consiglio Comunale di Roma, in cui ha chiesto che il «Giorno della memoria» per la Shoah e i sei milioni di ebrei trucidati da Hitler sia esteso a omosessuali, rom e a tutte le altre vittime del nazismo.
Ben tre sono i sottosegretari in quota Ds: l’esponente del Correntone Famiano Crucianelli, con una storia nel Pdup e nei Comunisti unitari, grande accusatore del governo sui fatti di Genova del 2001; il neodeputato Donato di Santo, responsabile del partito per l’America Latina, presidente di Movimondo e tifoso dei vari Lula, Chavez e Morales che guidano in quel continente la campagna anti-Usa; infine – perla delle perle – Bobo Craxi, premiato con questa ambita poltrona per il suo tradimento della Casa delle Libertà. Quando, escluso dalla lista dei deputati eleggibili dell’Ulivo, il figlio di Bettino esclamò tutto allegro: «Non importa, tanto sarò ministro», in tanti pensammo che i Ds lo avessero preso in giro. Invece no: all’onorevole, noto a Montecitorio per il suo amore per i Paesi arabi in generale ed i Palestinesi in particolare, la speculare antipatia per Israele ed alcune virulente risoluzioni antiamericane è stato assegnato uno dei posti più delicati, in cui una sola parola fuori posto può fare danni ingenti. Per la gioia dell’estrema sinistra, si è affrettato a chiedere la delega per il Medio Oriente.
A difendere la causa della moderazione ci saranno solo l’altro viceministro, Ugo Intini della Rosa nel Pugno, un superstite della Prima Repubblica che alla Farnesina era già passato ai tempi dell’ultimo governo Amato, e il neosenatore della Margherita Gianni Vernetti, che nel suo sito web parla – che glie ne sia resa lode – solo di «graduale ritiro dall’Irak» e appena eletto ha ribadito la sua vicinanza ad Israele. Ma c’è da temere che, in quella compagnia, finirà con l’essere l’ultima ruota del carro.
Chissà se di questa situazione è conscio il nuovo presidente della Repubblica, che ha chiuso il suo discorso di insediamento con il rituale «Viva l’Italia». Alla Farnesina, ci sembra che l’Italia come noi la concepiamo sia messa proprio male. Fortunatamente, per quanto ci risulta, la potente corporazione dei diplomatici sta già preparando le difese, come usa fare quando sta per occupare il palazzo una squadra di estremisti e/o di incompetenti.