Farsi la festa

Irave non sono i baccanali del nostro tempo, non sono le Feste dei Folli, non sono orge di emozioni notturne che si facciano beffe del mondo diurno e apollineo. I rave (il paio di rave che ho visto io) sono un sol corpo deforme e ammassato che danza e che danza, sono lo stordimento dello stare insieme, l’annullamento di chi la sera non regge se stesso e deve stemperarsi, oppresso dal macigno del reale. Il rave è riuscito solo se alieno, illegale, extra-vita, ammassato se possibile dell’umanità intera, è un sabba, un raduno primitivo che possa spogliare delle singole personalità, che i tapini danzanti non hanno la forza di avere. Morti e feriti sono come le vittime degli stadi: fanno leggenda. Luci e rumori e droghe bruciano notti prive di mistero, il tapino danzante persegue un sottovuoto mentale che disinneschi tutto quel che lo farebbe uomo: tutte le droghe e le esperienze sono ammesse, fuorché la lucidità, spauracchio grigio e terrorizzante. Il rave non è mai stato, come ha scritto Michele Serra su Repubblica, «energia di massa, quasi una riedizione statica dei cortei degli anni Settanta». Il rave, al contrario, è desiderato annullamento di massa, materia specifica di quei sociologi del nostro tempo che sono ormai gli psichiatri.