Il fascino discreto delle maioliche ispano-moresche

«Così ciò che è stato cotto riluce come oro rosso e brilla come la luce del sole»: così scriveva il persiano Abul Qasim nel suo trattato sulla ceramica del 1301, alludendo agli splendidi riflessi metallici che i «magici» vasai islamici ottenevano nelle loro botteghe. I segreti della lavorazione arrivarono nel XIII secolo nella Spagna, dove sorsero apprezzate fabbriche che rifornivano anche l’Italia del Rinascimento, prima che si formassero le botteghe di Gubbio, Deruta e Casteldurante. Loza dorada a Palazzo Venezia. Le ceramiche ispano-moresche della collezione Corvisieri è la mostra che Palazzo di Venezia propone fino al 14 maggio per far conoscere una pregevole collezione conservata nei depositi del museo e restaurata per l’occasione. La raccolta, donata nel 1935 dall’antiquario e collezionista romano Gustavo Corvisieri, comprende una quarantina di «maioliche dorate» dipinte a lustro. Eccetto due albarelli e un boccale, si tratta di raffinati piatti da tavola o da credenza, realizzati in Spagna da artigiani musulmani tra la fine del XV e il XVIII secolo. La maggior parte dei pezzi provengono da fabbriche valenzane, ma vi sono rappresentate anche quelle aragonesi e catalane. La preziosa finitura a lustro, particolarmente ricercata perché consentiva di imitare lo splendore dei metalli preziosi con ossidi coloranti abilmente usati, rispondeva alla finalità di ovviare ai divieti coranici relativi all’uso di vasellame d’oro e d’argento sulle mense. Le ceramiche ispano-moresche segnano un momento di incontro tra Oriente e Occidente. È da esse che deriva il termine italiano di «maiolica», perché nell’isola di Majorca facevano scalo le navi che esportavano in Italia i prodotti a lustro spagnoli.