Il fascino perdente dell’orgoglio sudista

Alzi la mano chi, da ragazzo, vedendo un film sulla guerra di Secessione non ha parteggiato per i nordisti. Il progresso industriale contro lo sfruttamento schiavista, i blu contro i grigi, il carismatico Lincoln contro l’incolore Davis. In realtà, le cose furono più ben complesse in quella sanguinosa partita che gli americani chiamano semplicemente Civil War, guerra civile. Magari impareremo qualcosa di utile leggendo il monumentale saggio La cultura dei vinti di Wolfgang Schivelbusch al quale il Corriere ha appena dedicato una pagina, partendo dalle controverse analisi di Roberto Vivarelli sul ruolo svolto da Salò e dall’antifascismo di massa.
Ma è la fotografia a corredo del servizio che colpisce: raffigura un gruppo di soldati confederati sul finire della guerra, 1865. Uniformi ormai sdrucite, dalle fogge vistosamente diverse, come se appartenessero non ad un esercito regolare ma a una banda di «fuorilegge»; simili, per alcuni versi, a quelle dei garibaldini o dei partigiani nei giorni peggiori. Difficile non provare istintiva simpatia per quel manipolo di combattenti prossimi alla sconfitta, e però ancora fieri, decisi a vender cara la pelle. Di lì a poco il generale Lee avrebbe dichiarato la resa. Ma oggi ci appaiono in qualche modo «eroi» o «martiri»: perché inferiori numericamente, male armati, non sorretti dall’industria. Se fate un giro nel vecchio Dixie, scoprirete che le gloriose insegne sudiste vengono issate sempre un palmo più in alto della bandiera a stelle e strisce. Un modo dei «vinti» per riscrivere la storia.