Il fascino perverso dell’adultera mediocre

Nel dibattito sul «Roman de la Rose» si battè in difesa degli ideali cavallereschi giunti al tramonto

Esattamente il sei maggio 1856, Gustave Flaubert firma un contratto con la prestigiosa Revue de Paris in base al quale si impegna a pubblicare a puntate un feuilleton intitolato «Madame Bovary». Che su uno dei fogli più letti dal pubblico dei romanzi a sensazione non riguarda una storia fantastica ambientata in un nebuloso passato ma, con grande scandalo delle Anime Belle, si occupa di personaggi contemporanei, schiavi e vittime insieme della morale ipocrita del tempo. Alla quale l’autore non risparmia quelle velenose frecciate condite di dolente sarcasmo che sarebbe stato lecito aspettarsi nell’opera precedente data la sua scarsa simpatia per i beati elevati agli altari. Infatti i palati fini che cominciano ad apprezzarlo non si lasciano ingannare dalla duplice provocazione insita nel titolo e nel sottotitolo della nuova fatica. Innanzi tutto perché l’eroina, in un ironico omaggio a Jane Austen, si chiama Emma ma invece di essere una signorina ammodo è un’adultera insoddisfatta e, secondariamente, perché sotto il nome e il cognome di questa signora di non eccelse virtù l’autore, a sfregio antifilisteo, colloca la frase «Costumi di provincia». Fatto sta, come tutti sappiamo, che questa donzella processata per immoralità meno di un anno dopo la sua elettrizzante comparsa, produce sui lettori l’effetto di una bomba e il suo nome diventa sinonimo di piaceri proibiti come accadrà cent’anni dopo a Miss Dolores Haze detta Lolita. Anche se, a differenza della perversa teenager magistralmente evocata da Nabokov, la sua complessa personalità fa ancora discutere ben al di là dello scandalo legato alla sua data di nascita. Come mai? Nessuno ha il coraggio di dichiararlo, nemmeno Jacques Derrida che ne assimila la nevrosi «a una presenza metafisica» più difficile da sciogliere di un nodo gordiano.
Emma sbalestra le certezze acquisite perché, pur in una morte drammatica come la sua, non riesce a tramutarsi in un’eroina tragica. Non è una Fedra quando si avvelena e nemmeno una Teresa Raquin sopraffatta dai complessi di colpa in quanto si sopprime per una pura questione d’argent. E, ieri come oggi, desta poca commozione chi si esilia dal mondo perché non sa come far fronte ai propri debiti. Emma, purtroppo, non assurge né alla grandeur della trasgressione né all’estasi del delitto. È un’adultera modesta, si concede a uomini mediocri, sperpera il denaro in modo insulso ed è incapace di morire stoicamente. E forse affascina proprio per la sua «normalità», come affermò Chabrol poco prima di dirigere Isabelle Huppert nel ruolo più importante della sua carriera.