Il fascino ruffiano di quei cattivi con la faccia d’angelo

Il "bandito" Fiorello o Vallanzasca col volto di Rossi Stuart seducono il pubblico. Ma mettono in crisi le coscienze

Se, su tutta la faccenda, l’ultima parola ce l’hanno i numeri, allora hanno ragione loro. Registi, autori, sceneggiatori, direttori di reti tv e produttori cinematografici. L’altra sera, la prima puntata di La leggenda del bandito e del campione, la miniserie di Raiuno che ha per protagonista il criminale anarchico Sante Pollastri e per coprotagonista Costante Girardengo, ha sedotto oltre 7 milioni di telespettatori. Un record, di questi tempi. E c’è da star sicuri che, quando arriverà nei cinema, peraltro alla vigilia di Natale, anche Vallanzasca. Gli angeli del male farà un botto d’incassi. L’auditel e il box office emettono i loro verdetti, quasi sempre favorevoli ai grandi cattivi, agli eroi maledetti, ai banditi romantici, ai gangster guasconi e via ammiccando. Dunque, che problema c’è?

Il problema si pone tutte le volte che c’è da rappresentare qualche delinquente, qualche terrorista, qualche malavitoso della nostra storia recente, diciamo dell’ultimo secolo. Nella memoria e nella carne dei parenti delle vittime lasciate sulla strada da qualche «angelo del male», le ferite sono ancora aperte, magari appena rimarginate. E la visione quasi sempre stemperata o irruffianita delle loro gesta finisce inevitabilmente per rimescolare le viscere di chi ne ha subito la violenza. Scattano le contestazioni e le richieste di non trasmettere o proiettare l’opera che rivisita quei personaggi. Allora gli autori si difendono ripetendo immancabilmente che si tratta di un film o di una fiction «e non di un documentario». Però, guarda caso, la versione narrativa del cattivo di turno è sempre indulgente, edulcorata, romanticheggiante. Intanto, i giornali si riempiono e le polemiche fanno da traino all’opera.

La fiction appena trasmessa da Raiuno ha scatenato le contestazioni di Costanza Girardengo, nipote del «Campionissimo»: il nonno e Pollastri, entrambi di Novi Ligure, sono raccontati come amici per la pelle mentre in realtà il loro rapporto era di semplice conoscenza. Anche Mariangiola Castrovilli, già collaboratrice del Giornale, ha fatto sentire le sue proteste: il nonno fu ucciso a sangue freddo e invece, con maldestra licenza, la fiction lo fa sopravvivere. Sommando tutto, Davide Cavallotto, un deputato della Lega nord, aveva chiesto che la miniserie fosse sospesa.

La leggenda del bandito e del campione è tratta così «liberamente» da Il campione e il bandito di Marco Ventura che gli sceneggiatori hanno invertito i protagonisti della storia, affidando al più noto Beppe Fiorello il ruolo del «nemico pubblico numero uno» qui dipinto come un Robin Hood degli anni Venti, e a Simone Gandolfo quella del campione della bicicletta. Si sa, il fascino indiscreto del cattivo ha più presa sul grande pubblico... Sicuramente ha avuto più presa su Mela, la donna - inventata - che i due si contendono amichevolmente, quando, ritrovata in un bordello, lei sceglie di seguire Pollastri che le promette non un minuto di pace dopo aver respinto gli inviti troppo perbene di Girardengo. Così è: i maledetti smuovono di più. Ma non solo gli ormoni e le viscere. Anche la quiete magari faticosamente raggiunta dei familiari delle persone uccise.

Quando qualche settimana fa, alla Mostra di Venezia fu presentato il film di Michele Placido su Vallanzasca, la presidente dell’«Associazione delle Vittime del Dovere» Emanuela Piantadosi scrisse che non è ammissibile «riscrivere la storia, costruire una memoria collettiva dei fatti che riguardano spietati assassini attraverso i loro stessi occhi». Che, nella pellicola di Michele Placido sono quelli, azzurri, di Kim Rossi Stuart. «Nella realtà - si difese lo stesso Placido - Vallanzasca era ancora più simpatico e affascinante di come l’ha reso Kim. Era un delinquente che aveva un’etica e che si è addossato tutti gli omicidi della sua banda...». Insomma, se non uno stinco di santo, quasi. Facile prevedere che anche in questo caso, come già accaduto per Romanzo criminale, il botteghino darà ragione a Placido. Tuttavia, tolte le azioni criminali, che si somigliano sempre, in questo tipo di opere ciò che lascia più il segno nel pubblico è il «romanzo». Due anni fa, scrivendo sul Corriere di La prima linea, il film in cui Sergio Segio e Susanna Ronconi avevano gli occhi di Riccardo Scamarcio e Giovanna Mezzogiorno, Pierluigi Battista rilevò il contrasto tra le leggi del cinema che ha sempre rappresentato il Male attraverso «grandi e fascinosi attori» e la storia del terrorismo che invece «è stata solo Male, irrimediabile».

In altre parole, le esigenze dello spettacolo e quelle della storia divergono. Come si fa a raccontare l’Italia degli ultimi decenni senza toccare la sensibilità di tante vittime della violenza politica e criminale? Una risposta unica e definitiva non c’è. Andrea Purgatori, per esempio, che ha sceneggiato la fiction di Girardengo, ha ritirato la firma dal film su Vallanzasca. Insomma, tutto dipende dalla grazia degli autori, dalla loro abilità nel maneggiare storie e azioni che hanno segnato nel profondo la vita di tante persone. Ma conquistare il grande pubblico riuscendo a rispettare chi ha tanto sofferto è impresa più che mai ardita.