Il fascino senza età della «Donna del lago»

Dir male dei tempi che corrono è adagio da sempre praticato nel reame del melodramma. Nei teatri non mancano luoghi trasformati in muro del pianto, i cui frequentatori piangono i bei tempi passati. Eppure dopo aver ascoltato il magnifico quartetto dei protagonisti della Donna del lago (1819) di Gioachino Rossini, tornata al Teatro alla Scala dopo un ventennio, è doveroso segnalare lo splendore dei reparti, soprattutto quello tenorile che richiede alto senso dello stile e una formidabile organizzazione vocale per superare le quote impervie della scrittura. Juan Diego Flórez (Giacomo V) e Jhon Osborn (Rodrigo), suo rivale in guerra e in amore, hanno incrociato spade e voci, toccando punte incandescenti nel Terzettone del secondo atto. Gli intenditori, soprattutto nelle parti alte del teatro, sono andati in visibilio già alla Cavatina di Rodrigo che fulminava la sala del Piermarini con saette sopracute, ardite da far balzare sulla sedia. Dal canto suo Flórez con la classe del suo fraseggio e la fragranza dei recitativi ha scatenato non minori applausi nella grande scena solistica che apre il secondo atto. Terzo incomodo che si gode le grazie della Donna del lago è il guerriero Malcolm, nelle cui vesti «travestite» c’era il contralto Daniela Barcellona, un’artista squisita che canta una parte altrettanto difficile con sicurezza e piglio mirabili. Per ultimo abbiamo tenuto l’oggetto dei comuni desideri maschili, Elena ovvero la dama del lago, la soave Joyce Di Donato, anch’essa trionfatrice della serata dopo il rondò finale, fraseggiato con musicalità, stile e passione. Le masse artistiche scaligere erano in mani capaci e competenti, quelle del maestro Roberto Abbado, oggi, non solo nel repertorio rossiniano, una certezza, e del capo della falange corale, Bruno Casoni. Ognuno per diversa via artefice del successo della serata. Nella gioia del festino vocale abbiamo trascurato la regia di Lluís Pasqual. Poco male: era piuttosto una scialba mise en espace. La solita scena fissa di Ezio Frigerio: un loggiato neoclassico che si fratturava per mostrare un fondale eroso dal tempo. Espunto il colore boschivo e le prospettive sonore, non restavano che bardi e scozzesi in fuga da un veglione. Mai come in questo caso la vocalità rossinana è stata redentrice.