Il fascismo? A Venezia premiò il filocomunista Renoir

Finalmente si ammette che il cinema italiano marcia verso il cimitero. La conversione a «U» di registi - salvo Dino Risi - «impegnati» è una gradevole sorpresa e il merito di averla avviata è dell’articolo di Maurizio Cabona. E questa conversione a «U» mi fa rammentare alcuni detti.
Comincio con quelllo di Douglas MacArthur che nel 1945 disse: «In Francia collaborazionista è chi ha collaborato più di altri». Poi viene quello di Talleyrand, citato da Edgar Faure quando lo accusavano in Parlamento di essere una girandola: «Non è la girandola che si muove, è il vento che si sposta». Terza viene la battuta di Kim Philby morente, dopo i deludenti anni moscoviti: «L’ex comunista non esiste. Dimenticate la parola ex». Per tornare al cinema, preferisco di gran lunga citare Jacqueline Bisset che, per prima, se ne uscì con questa frase poi molto ripetuta da altri: «Non sono né l’ala destra, né l’ala sinistra; sono l’aeroplano».
Gli incassi dei film con Christian De Sica e Massimo Boldi, o dei film dei Vanzina - meglio i Vanzina, comunque - sono necessari, come dice Monicelli. Ma come mai chi oggi compie la svolta a «U», prima - durante i decenni dell’«impegno», nei quali chi non la pensava in un certo modo aveva insormontabili difficoltà a lavorare nello spettacolo - non ha potuto farci nulla?
Nessuno è tenuto a essere in controtendenza. Ma segnalo che, quasi settant’anni fa, la Mostra di Venezia - fondata dal conte Giuseppe Volpi, mio padre - nell’anno XVII dell’era fascista metteva come film di apertura La grande illusione, film pacifista del filocomunista Jean Renoir, e lo premiava.