Il fascista rosso che inneggia a Castro

da Roma

Altro che Accio Benassi, il giovanotto dalla vita scriteriata descritto dal bel libro di Antonio Pennacchi, poi diventato film. Il vero «fasciocomunista» è lui: Piero Vivarelli, da Siena, classe 1927, regista di film come Il dio serpente e Satanik, paroliere di Celentano per 24 mila baci e Il tuo bacio è come un rock, critico musicale e selezionatore a Sanremo nell'era Aragozzini, soprattutto ex paracadutista nella X Mas di Junio Valerio Borghese e oggi iscritto, unico tra gli italiani, al Partito comunista cubano di Fidel Castro. Non per niente chiama entrambi «Comandante».
Chi preferisce tra i due?
«Borghese è stato un grande comandante militare e un assoluto imbecille sul piano politico. L'11 novembre del 1950, andai a trovarlo a casa per presentargli la mia prima moglie. Avevo mollato Almirante per impegnarmi coi giovani universitari social-comunisti. “Hai fatto bene a fare quella scelta, la politica è una cosa zozza”, mi disse. Un mese dopo accettò la carica di presidente onorario del Msi».
Fidel, invece...
«È stato tutto: un grande comandante militare e un genio politico, appena un gradino sotto Lenin, o forse no. Anche il comunismo si evolve. Il líder maximo ha vinto sempre. A Cuba c'è un benessere che prima se lo sognavano. I film criticano il regime, mica esiste solo “Fragola e cioccolata”. Per non dire di sport, istruzione, salute».
Eppure lei, colpito da aneurisma a Cuba, si fece operare in Italia...
«Colpa dell'embargo. All'Avana ci sono chirurghi bravissimi, ma in quel momento mancava materiale da sala operatoria».
Ha visto i manifesti dei Comunisti italiani per la mezza abdicazione di Fidel? «W Cuba, W Fidel. Cuba libera e socialista».
«Bellissimi. Io sono un “dilibertiano” senza se e senza ma. Diliberto è un vero rivoluzionario, Bertinotti meno, però lo voto. Del resto, nessuno è come Fidel, cazzate ne sparano tutti. Nel suo pantheon ideale, Diliberto ha inserito Giovanni Paolo II e dr. House. Ci sto. Ma si ricordi, io ho una sola tessera: quella del Partito comunista cubano. Anzi due».
La seconda?
«Interisti-leninisti. Ogni settimana partono da Ravenna per sostenere la squadra. Mi hanno accolto senza neanche farmi l'esame ideologico».
La prima conta di più, immagino...
«Che domanda? Sono iscritto dal 1993. All'inizio pagavo 5 dollari al mese, adesso 10 euro, dipende da quanto guadagni. È un partito di quadri: 500-600 mila in tutto. Sono un caso unico: non c'è nessuno residente all'estero iscritto al Partito. Andò così: chiesi all'ambasciata l'iscrizione, Fidel mi fece sapere che per lui era - testuale - “un vero piacere”. In realtà, non sarebbe previsto dallo Statuto, ma neppure proibito. Ho aspettato sei mesi la tessera. Hanno chiesto informazioni sui miei rapporti con le Pantere nere e i movimenti di liberazione della Guinea-Bissau».
Niente sulla X Mas, corpo scelto della Repubblica di Salò?
«Forse. Ma nessuno mi ha rimproverato niente. Sarà perché mi sono sempre sentito un “fascista rosso”. A 16 anni e mezzo aderii a Salò per due ragioni: perché mio padre era stato fucilato in Jugoslavia dai titini e perché, per dirla con Longanesi, eravamo saltati sul carro del vincitore a guerra perduta. Togliatti l'aveva capito, resta il Migliore: ragazzi come me e mio fratello Roberto (lo storico di tre anni più giovane di Piero, ndr) hanno combattuto in buona fede. Mi sono fatto anche un anno di galera, per aver commesso azioni in borghese oltre le linee nemiche, nel Mugello».
A voi della X Mas piace dire che non eravate fascisti in senso stretto.
«Era vero. Non indossavamo la camicia nera, ma il maglione grigio. Da noi era proibita l'iscrizione a qualunque partito, nel Partito fascista repubblicano entrarono in pochi. Certo, avevamo il culto dell'ardimento: ma l'ardimento è ardimento e basta, non ha etichetta. I 19 che sbarcano con Fidel a Cuba non sono forse ardimentosi? Noi della X non potevamo accettare il tradimento della monarchia. Fine, niente di più e niente di meno».
Dica la verità su Veltroni.
«Il Pd è un partito di centrodestra, io non sono un riformista, resto un rivoluzionario. Walter mi fece scrivere su l'Unità, è venuto al mio quarto matrimonio, con Patrizia. Gli voglio bene, ma se dice che non è mai stato comunista, allora ha ragione Crozza quando parla del Partito canottieri italiani. Io sono e resto maoista: giusto cambiare, sbagliato sputare sul piano dove mangi. Per esempio, io detesto i preti spretati. Mi piacciono molto, invece, i gesuiti».
Fidel molla davvero o è mossa propagandistica?
«In un paese dove De Mita pianta un casino e lascia il Pd perché non lo ricandidano, è difficile capire uno che non vuole più il potere assoluto perché è malato e ha una certa età. Un giorno disse: non fumo più i sigari e smise di botto. Certo gli piacciono le donne, ricordo lo sguardo con cui seguì l'ancheggiare di Barbara Livi, la protagonista del mio ultimo film, “La Rumbera”, girato proprio a Cuba».
Chi dopo Fidel: il fratello Raúl o i più giovani e presentabili Davila e Roque?
«Non ho dubbi, Raúl. Però le nuove generazioni contano. Il mio amico Abel Prieto, ministro della Cultura, ha fatto costruire la statua di John Lennon inaugurata da Fidel. Ma lei lo sa che nelle tanto disprezzate carceri cubane esiste una stanza, detta il “pabellon”, dove una volta al mese i galeotti possono fare l'amore con i loro congiunti? La figlia di Raúl, Mariela, vuole estendere la facoltà agli omosessuali. Sul tema dei diritti gay, Cuba fa passi avanti. Se uno vuole, può essere riconosciuto donna anche senza operazione».
Però ogni tanto fucilano gli oppositori.
«Se si riferisce ai tre del traghetto di qualche anno fa, le ricordo che Cuba è sotto blocco economico e militare. Quei tre non volevano scappare: hanno assaltato un vaporetto e minacciato turiste francesi. Il plotone d'esecuzione se lo sono meritato».
A 81 anni rinnega niente?
«No, sono stato grigio, non nero, poi sono diventato rosso-rosso e tale sono rimasto. Del resto, Ingrao fu littore, Bocca scrisse sul giornale della federazione fascista di Cuneo. Che non mi venga a giudicare».
Un'ultima curiosità: Celentano.
«Un amico. Il testo di 24 mila baci l'ho scritto con Lucio Fulci, su musica già composta. Il tuo bacio è come un rock invece è mio. C'era quel motivetto scritto dal fratello del Molleggiato, ma le parole non funzionavano: dicevano «Torna a Capri, mon amour». Inventammo al volo qualcosa di nuovo, più rockeggiante. E fu subito un successo».