Fascista, sultano: torna l’odio anti Silvio

Solo sei mesi fa nel Pd si invocava il confronto. Poi i successi del governo e il crollo nei sondaggi. E i democratici fanno dietrofront

da Milano

C’era una volta il Veltroni-lombricone di Forattini, animale molliccio e invertebrato che si nutre di fogliame e non fa male a nessuno. Poi, lenta ma inesorabile, nello spazio di un’estate, la metamorfosi: da inoffensivo lombrico a calabrone pungente. Cos’è successo nel frattempo? Che per la sua mollezza lombrichesca gli hanno fatto la guerra tutti, dal suo partito agli «alleati» dell’Idv. Alla fine è crollato psicologicamente e ha riportato il Pd nel vecchio solco dell’antiberlusconismo. Altro che voltare pagina, ecco il solito copione. Eppure era iniziata quasi come una luna di miele, con le migliori intenzioni. La parola più pronunciata dal leader del Pd in campagna elettorale era stata «dialogo», seguita da «clima d’odio» (basta) e da «principale esponente del partito a noi avverso».
Perché era così convinto Veltroni di dover essere lui il traghettatore della sinistra italiana dall’antiberlusconismo viscerale alla moderazione molto british tipo Labour party (non per nulla si è paragonato a Gordon Brown), che ha evitato per mesi anche solo di pronunciare quel nome, Berlusconi. Certo, un dettaglio, ma in fondo anche «un tentativo simbolico - aveva detto in videochat al Corriere.it - per liberare il dibattito politico da quello che è il segno della vecchiezza di questo Paese, un Paese che non riesce a liberarsi da questo quindicennio». Era proprio questa la missione storica del Pd, secondo il segretario: portare l’Italia verso una «nuova primavera» dopo «un autunno livido e piovoso», una primavera in cui fosse possibile riunire il Paese in un clima «più sereno e civile», rispettando anche chi la pensa diversamente (Veltroni ecumenico a Matrix prima del voto).
«La sinistra ha sbagliato con l’antiberlusconismo, noi non ripeteremo gli errori di quella stagione», aveva promesso. E come lui la pensava anche Francesco Rutelli: «L’Ulivo è stata una serie di esperienze diverse, ma davvero si può avere nostalgia di quei caravanserragli, obbligatoriamente centrati sull’antagonismo a Berlusconi?». Ma alle prime prove, con il nuovo governo del Pdl, la maschera si è squagliata e tutto è tornato come prima. All’inizio timidamente, poi sempre più impetuoso, fino ad arrivare agli attacchi in stile Di Pietro e Beppe Grillo. Così, sul caso del «salvaprocessi» Veltroni si era limitato a dire che così «il dialogo era chiuso», ma che era colpa di Berlusconi, perché era stato lui a «strappare la tela».
Poi l’exploit: a fine giugno, all’assemblea nazionale del Pd, Veltroni imita Di Pietro e annuncia una grande manifestazione in autunno contro il governo. Siamo alle solite, anche se lui precisa che «non è un ritorno al passato». In perfetto stile veltroniano spiega che sì, farà opposizione dura, ma «senza tornare al clima di odio e scontro ideologico e strumentale».
Da lì è cominciata la nuova fase barricadiera del Pd che ha visto via via impegnati tutti i pezzi da novanta del partito nella gara ha chi la spara più grossa (contro il Cav). «Che in Italia si stia vivendo una pericolosa deriva dal punto di vista del restringimento di una reale dinamica democratica è sotto gli occhi di tutti», avverte Anna Finocchiaro. Il fallimento di Alitalia? «Berlusconi è l'unico colpevole e purtroppo questo è l’esito di un’operazione spregiudicata», spiega Pierluigi Bersani. Anche la Bindi si è sfogata contro questa fissazione del dialogo col nemico: «So bene che piace molto riconoscere il valore dell’avversario, ma io a Berlusconi non riesco a riconoscergli altri meriti se non quello di essere un grandissimo manipolatore».
D’Alema, invece, in un’intervista tv è andato più spiccio spiegando che Berlusconi «ha una cultura profondamente antidemocratica». Parisi ha citato Shakespeare: «Berlusconi si va trasformando non dico in un despota ma in un modesto, piccolo sultano che pensa di aver ricevuto dal consenso popolare un mandato di onnipotenza». Secondo Fioroni, invece, «Berlusconi ha tutto l’interesse alla rissa perché nel fumo degli scontri nasconde i propri interessi e le proprie aspettative». Mentre Veltroni è arrivato anche all’insulto fisico, con l’intervista di ieri al Corriere, malignando che il premier a San Giuliano avrebbe selezionato gli operai più bassi per non sfigurare nella conferenza stampa.
Insomma, nel giro di qualche mese il Pd si è allineato all’Idv di Di Pietro, forse guardando i sondaggi che già da maggio davano i democratici in caduta anche per via dei «toni bassi» scelti - all’inizio - dal segretario del Pd. Via libera allora al vecchio armamentario, dall’allarme per un nuovo fascismo incombente al razzismo dell’Italia del centrodestra. I pretesti? Una frase di un ministro a proposito dell’8 settembre e dei caduti della Rsi e poi un fatto di cronaca. Un’Italia pressoché a rischio democrazia, che vira verso la dittatura e il razzismo. Ma questo autunno dell’Italia assomiglia più all’autunno del Pd.