Fascisti e comunisti: tutti saccheggiano il mito di Garibaldi

Da Silvestro Lega a Renato Guttuso, Palazzo Ducale. Da Auguste Rodin a Gabriele D'Annunzio: un monumento ai Mille per Quarto, Galleria d'arte moderna di Nervi. Manifesti e propaganda, Wolfsoniana di Nervi. E ancora: Genova garibaldina, Museo del Risorgimento. Il monumento equestre di Augusto Rivalta, Accademia Ligustica.
Cinque mostre sotto il cielo di Liguria. Sullo sfondo, un unico titolo dai piacenti echi cinematografici: Garibaldi. Il mito. Dal 17 novembre al 2 marzo Genova si appresta a vestire i panni di capitale del bicentenario della nascita dell'Eroe dei due mondi, un pò perchè fu lei lo snodo dei più grandi eventi garibaldini fin dalla prima giovinezza e un pò perché, come ricorda il curatore della mostra presso il Museo del Risorgimento, Leo Morabito, «Garibaldi pensava, parlava in genovese e in genovese lanciava anche proclami».
Di certo, quello che ad oggi è un bicentenario decisamente sotto tono sta per prendere quota attraverso le otto sezioni - oltre l'epilogo - della mostra di Palazzo Ducale. «Una rassegna allestita come un romanzo dedicato a chi rappresenta l'essenza del romanzo. A chi ha ispirato scrittori come Emilio Salgari e Walter Scott», spiega la mente dell'evento, Fernando Mazzocca. «Circa centocinquanta le sculture e i dipinti previsti, tra cui il celebre ritratto a cavallo del pittore inglese George Houseman Thomas, le fatiche di “pittori soldati” come Emilio Morosini e Luciano Manara, le fantasmagoriche vedute dei bombardamenti nelle acque della laguna veneziana di Luigi Querena, Napoleone Nani e Vincenzo Giacomelli, la raffigurazione vittoriosa tratteggiata dal macchiaiolo Silvestro Lega, e soprattutto la “Battaglia del ponte dell'ammiraglio” di Renato Guttuso, "autore della più grandiosa epica pittorica dedicata a Garibaldi"», giura ancora Mazzocca. L'esposizione si chiuderà con una selezione di opere dedicata alle celebrazioni ufficiali «post-mortem» tra cui, a cavallo dei due secoli, inizia a insinuarsi quel gusto simbolista e neo-michelangiolesco interiorizzato da Eugenio Baroni, lo scultore pugliese trapiantato a Genova che realizzò, tra il 1910 e il 1915, il monumento dei Mille a Quarto. A Nervi ne viene rievocato il contesto artistico nonché la genesi. «Un'opera - afferma l'organizzatrice, Maria Flora Giubilei - assolutamente antiretorica e drammatica, emblema di un'ispirazione che gli varrà l'opposizione del regime fascista». Un'opera che, tra l'altro, suscitò non poco sdegno a causa della nudità dell'eroe. Un'opera che trae linfa dal terreno del mito nel segno dell'ultimo italiano divenuto leggendario su scala universale.
Arte e mito e quindi - necessariamente - arte e politica. Si, perché nessuna camicia fu più tirata da ogni lato di quella di Giuseppe Garibaldi. «Nessuno - spiega Matteo Fochessati della Wolfsoniana - si è mai prestato come lui a interpretazioni ideologiche completamente divergenti». Interventista, fascista, repubblichino, partigiano, comunista, socialista e perfino un pò democristiano, lui, anti-clericale per antonomasia.
Manifesti politici ma anche pubblicitari quelli in mostra a Nervi. Propaganda ma anche collezioni di quegli oggetti di arti decorative così cari «a una borghesia pacificata - spiega Fernando Mazzocca - che dimenticò presto il portato rivoluzionario della vita di questo eroe».
E poi: Genova garibaldina, l'evento previsto al Museo del Risorgimento, dove saranno mostrati i cimeli e i reperti in possesso di una città che amò - contraccambiata - Garibaldi. Lo amò si attraverso la figura di Giuseppe Mazzini, ma non solo: da Genova Garibaldi transito prima di diverse tappe significative della sua esistenza. Genova fu la città che volle fortemente raggiungere in giovane età per intraprendere la carriera marittima; fu teatro dell'insurrezione del 1834 cui partecipò;. fu la città da cui prese le mosse per spodestare i Borboni e che diede i natali a molti di coloro che lo seguirono in quella spedizione. E Genova è tanto disseminata di tracce e luoghi garibaldini da avere indotto il Museo a integrare la mostra con apposite visite guidate. «Un museo che racconta una città e una città che si fa museo», promette Morabito.
Infine un tributo al monumento equestre di Augusto Rivalta, l'opera che domina piazza De Ferrari e che sarà illustrata presso l'Accademia ligustica: in esposizione il bozzetto preparatorio di bronzo e documenti che ne spiegano la genesi ,chiudendo il cerchio delle suggestioni di un evento che non solo misurerà l'attuale fortuna di una leggenda, ma che tirerà le somme del rapporto della società italiana col mito: da risorgimentale raccordo di pensiero e azione a rifugio estetico, promettente riparo dagli eccessi del pensiero debole e, forse, dalle odierne secche della politica.