Fassino accerchiato dagli alleati: «Ci aggredite»

Il sarcasmo dell’ex pm Di Pietro: «Questo è un verminaio peggiore di Tangentopoli»

Laura Cesaretti

da Roma

Che le vacanze di Piero Fassino siano state rovinate, è un fatto: la Quercia (dopo settimane di avvisaglie e tam tam sotterranei, «vedrete che ora si arriva a Unipol») si ritrova al centro della bufera intercettazioni, e al segretario tocca almeno un’intervista al giorno.
Per quella di ieri, nelle ore più difficili, ha scelto il quotidiano storico del partito, l’Unità: «Denuncio un'aggressione contro i Ds e la sinistra», è il contrattacco del leader ds. Che denuncia «un'operazione chiara che cerca di delegittimare i Ds, di colpirne la forza, di metterne in discussione il ruolo. È un’aggressione che viene da più fronti, da settori del mondo economico e finanziario, da settori di mondo giornalistico». Ed è «certamente spiacevole» che alla campagna di aggressione «abbiano dato il loro contributo anche alcuni esponenti del centrosinistra: mi riferisco alla assurda intervista rilasciata da Parisi qualche giorno fa al Corriere della Sera, o alle estemporanee dichiarazioni fatte da Mastella, da Bertinotti, da Occhetto e da Di Pietro». Di Rutelli (che pure non ha lesinato critiche dure all’operazione Unipol-Bnl, ma si è ben guardato dal maramaldeggiare pubblicamente sui Ds) non si fa il nome, ma il leader della Quercia avverte «gli alleati» che cercare di colpire «la consistenza elettorale» dei ds equivale a «segare il ramo su cui l’intera coalizione è seduta». E a Prodi, Fassino ricorda l’impegno «totale e appassionato dei Ds» per fargli avere «il massimo consenso» alle primarie: continueremo così, promette, ma si sappia che «il nostro spirito unitario non significa accettare qualsiasi cosa». Quanto all’Unipol, Fassino ne difende il ruolo: «Chi la attacca lo fa perché è di sinistra», e i ds se ne sono occupati solo per «garantire alle cooperative, che non sono figlie di un dio minore, gli stessi diritti e opportunità degli altri», anche negli affari bancari. «Certo che ho parlato con Consorte», afferma (chiedendo che il testo delle telefonate venga a questo punto reso pubblico), «ma mi sento anche con Tronchetti, Montezemolo o De Benedetti», perché è «naturale» che un dirigente politico «interloquisca» con i rappresentanti dell’economia.
A dare manforte a Fassino scendono in campo i verdi: «Non poteva dare una risposta migliore», approva Pecoraro, mentre Cento afferma che è in atto «contro la sinistra una vera e propria aggressione politica che va fermata», e che ha come scopo finale di «sovvertire il voto democratico» del 2006. Sul banco dell’accusa è ormai assiso invece Antonio Di Pietro, che da lì denuncia «un gigantesco verminaio tale da far sembrare marachelle le malefatte di Tangentopoli», da lui medesimo scovate. Intanto Bertinotti torna alla carica, accusando i ds di «troppa neutralità» verso i nuovi capitalisti rampanti e rentier e avverte che è tutta «la politica a essere sotto schiaffo», mentre il socialista Villetti chiede una «Commissione bicamerale d’inchiesta sulle intercettazioni telefoniche».
Dal centrodestra, Cicchitto di Forza Italia ricorda i trascorsi giustizialisti della sinistra e avverte che «chi di questione morale ferisce, di questione morale rischia di perire oppure di essere sommerso dal ridicolo». Urso di An e Biondi di Forza Italia invece plaudono l’iniziativa di Casini, che ha chiesto conto ai magistrati milanesi del coinvolgimento di deputati nelle intercettazioni, la cui «invadenza», denuncia Biondi, «è arrivata a uno stadio d’esasperazione insopportabile. E vedo ora che se ne accorge anche la sinistra». Singolare invece che a criticare Casini sia il prodianissimo Mantini: «La sua richiesta è assolutamente inopportuna e costituisce un grave segno di sfiducia nei confronti della magistratura».