Fassino ammette la crisi: se cade Romano si vota

Via al tesseramento della Quercia, ma in vista dell’ultimo congresso prima dello scioglimento pesano le tensioni sul Partito democratico

Luca Telese

da Roma

Sceglie di andare da Giuliano Ferrara, a Otto e mezzo, per scandire un messaggio drastico. Parole pesate con cura, scelte una a una, calibrate, che dovrebbero servire a fugare le mille voci di queste ore, anche se invece - per certi versi - le confermano. Eppure Piero Fassino, leader dei Ds, deve essere convinto che bisognava fare di tutto - anche ammettere che qualcuno un pensiero ad un altro governo lo sta facendo - pur di tranquillizzare Romano Prodi, pur di dissipare l’immagine dei Ds intenti a tramare, o disposti a sostenere un nuovo «complotto». E così, dalle telecamere de La Sette il segretario della Quercia spiega: «Se cade Prodi lo scenario più rispettoso della volontà degli elettori e più realistico rispetto alla dialettica politica è che si vada a votare. Non vedo maturare le condizioni per larghe intese o per un governo tecnico istituzionale». E ancora (ma non dovrebbe essere scontato?) sempre sulla durata dell’esecutivo: «Noi lavoriamo perché il governo diretto da Prodi sia un governo di legislatura».
Insomma, l’ombra di un governissimo si allunga su Montecitorio. E così il segretario dei Ds deve esorcizzare l’ipotesi, spiegando per filo e per segno perché lui la consideri politicamente irrealizzabile: «Un governo di larghe intese - ha aggiunto il segretario dei Ds - vuol dire tra partiti di schieramenti opposti che decidono di stare insieme. Ma per farlo bisogna condividere una politica e non lo si fa solo perché c’è un editoriale di giornale che lo dice, o solo perché se ci si mette insieme, facciamo una maggioranza più larga e quindi al Senato - ironizza - non c’è più il problema del raffreddore di un senatore».
Ma subito dopo la battuta Fassino torna a ragionare sulle incompatibilità politiche: «Ma si può immaginare - si chiede il leader della Quercia - un governo, in materia fiscale, Visco-Tremonti? Un governo, in materia di infrastrutture, Di Pietro-Lunardi? E uno, in politica estera, Fini-D’Alema?».
A questo punto Giuliano Ferrara lo interrompe con un sorriso e obietta che secondo lui invece sì, almeno in politica estera un governo Fini-D’Alema a lui sembrerebbe proprio possibile. E così Fassino gli replica: «Sì neanche in politica estera... non credo per esempio, che loro avrebbero inviato soldati in Libano». E poi, per troncare il pericoloso gioco delle simulazioni: «Non vedo la condivisione di un programma dato che abbiamo fatto una campagna elettorale cinque mesi fa su programmi fortemente alternativi». L’ultimo scongiuro il segretario dei Ds lo dedica al governo tecnico: «Sarebbe privo di forza politica e di autorevolezza. Non deciderebbe nulla e questo per andare al voto tra un anno? In caso di crisi - ha concluso - meglio non perdere un anno e andare al voto subito».
Nella stessa giornata Fassino deve inaugurare la campagna nazionale di tesseramento. E non deve essere facile, per lui, nel momento in cui deve prepararsi a sciogliere la Quercia per confluire nel partito democratico, lanciare le tradizionali parole d’ordine dell’orgoglio di partito. Tant’è vero che al segretario dei Ds è necessaria qualche acrobazia dialettica: «Per affrontare la fase impegnativa che si apre con il 2007, sia sul fronte del governo sia su quello della costruzione del soggetto riformista e democratico, occorre un partito forte, radicato e diffuso sul territorio; è una condizione indispensabile, uno strumento a disposizione dei cittadini per favorire la loro partecipazione alla vita politica». Insomma, la campagna già si fa sulle parole d’ordine del nuovo partito prodiano. E già risente, ovviamente delle prime polemiche del seminario di Orvieto fra i sostenitori del popolo dei gazebo e i fan delle strutture organizzate.
E così Fassino dice: «Non bisogna contrapporre la politica organizzata alla società civile, perché i due elementi non sono in antitesi, ma anzi si tengono a vicenda». Sarà così: ma la verità è che questa campagna è quella che deciderà la platea dei delegati del prossimo, e probabilmente ultimo, congresso dei Ds.