Fassino in crisi chiede aiuto anche a Cofferati

L’ex leader della Cgil: «Difficoltà? Nemmeno Colombo sapeva come arrivare in America»

nostro inviato a Bologna

Piero Fassino arriva stanco, a tratti, mentre aspetta di parlare, sembra quasi affranto. La mano sulla fronte, qualche sbadiglio di troppo che scappa non trattenuto. Ma quando poi prende la parola, nella sala Candilejas, una delle case del popolo più grandi di Bologna, stipata fino all’inverosimile di militanti, bene, quando lo fa, gli scappa fuori quasi un sorriso: «Io e Sergio Cofferati ci conosciamo da trent’anni, spesso siamo stati in accordo, a volte no; stasera potrei non intervenire nemmeno perché sono perfettamente d’accordo con lui».
Non è un colpo di scena, ma anzi una convergenza necessaria e quasi programmata. L’incontro di ieri era più che mai necessario nella campagna che il segretario dei Ds sta facendo in giro per l’Italia alla ricerca di un consenso alla sua svolta che porta al Partito democratico. In fondo i numeri sono molto chiari: perché l’operazione riesca, Fassino deve superare la fatidica soglia del 70 per cento e combattere contro due mozioni, quella di Fabio Mussi da sinistra e quella di Mauro Zani e Gavino Angius «da destra». Così, l’Emilia Romagna diventa strategica: il grande serbatoio degli iscritti, il forziere dei soldi, la riserva organizzativa del partito. E in un momento in cui buona parte del corpo dei militanti, anche nelle regioni rosse, continua a essere attraversato da dubbi e da perplessità, la necessità di trovare una convergenza con il sindaco di Bologna è diventata ineludibile.
La sorpresa è che Cofferati, che all’inizio aveva espresso diverse perplessità sul carattere «verticistico» della convergenza fra Ds e Margherita, adesso cambia marcia e dice che il Partito democratico è inevitabile. Non solo, che bisogna accelerare. E addirittura paragona il leader dei Ds e il gruppo dirigente a Cristoforo Colombo e alle tre caravelle: «Quel signore che è partito da Palos ed è arrivato in America sapeva dove voleva andare, ma non sapeva come». E ancora: «Quelli che vogliono definire tutto, ogni dettaglio della rotta prima di mettersi in viaggio, spesso va a finire che non partono mai. Il percorso - dice tirandosi dietro l’applauso - si aggiusta strada facendo». Quindi Cofferati dice al segretario: cerca il massimo dell’unità possibile sulle regole, ma pesta sull’acceleratore perché «la domanda degli elettori è una domanda di unità. E ogni volta che i partiti dell’Ulivo si sono presentati uniti hanno ottenuto risultati superiori, anche elettoralmente». Poi, un passaggio sibillino: «I nuovi partiti si fanno con quello che c’è adesso, con i gruppi dirigenti di adesso. Poi, il rinnovo delle leadership è fisiologico». Ovvero, costruiamo la casa, poi il nuovo gruppo dirigente verrà.
Su questa piattaforma, Fassino non può che ritrovarsi. Il segretario dei Ds si è impegnato in una serrata due giorni che lo porterà stamattina a chiudere, sempre a Bologna, anche l’assemblea delle donne dei Ds. Recuperare consenso in Emilia Romagna significa convincere il partito che si sta governando bene e che il progetto del Partito democratico non compromette l’identità dei Ds, non disperde il patrimonio storico che parte dal Pci e che si è trasferito al Pds prima e alla Quercia di oggi. E questo è il nodo più difficile. Perché sorprendentemente, in un corpo organizzato che aveva sostenuto fortemente la svolta di Achille Occhetto, sono emersi dei timori più radicati di quelli superati nel 1989. Le donne sono preoccupate per la laicità del nuovo partito, gli anziani borbottano per le battute di Rosi Bindi che vorrebbe invitare i Ds «a chiudere le loro sezioni». In una macchina organizzativa abituata a fare tessere e mettere su circoli dell’Arci, è letale il sospetto che quello che potrebbe nascere dopo il congresso sia un partito «dei gazebo», un partito che convoca gli iscritti per le elezioni primarie, ma che perde il suo carattere radicato e di massa. Ecco perché, in questa situazione, l’endorsement di Cofferati era un obiettivo vitale per Fassino. Ma per mettere insieme il 70 per cento dei consensi, visto che al congresso si decide con il voto segreto, non è detto che sia sufficiente.