Fassino dà il via alla «fase due»: mettere Prodi sotto processo

Il segretario ds: «Sbagliato ignorare la contestazione, c’è un filo che lega tutte le proteste. Senza riforme la Finanziaria è inutile». Ma il Professore non raccoglie

Laura Cesaretti

da Roma

«Non si può girare la testa dall’altra parte». È preoccupato, Piero Fassino, e ieri ai suoi non ha nascosto che non gli sono piaciute le risposte date da Romano Prodi ai fischi di Bologna. E a tutti gli altri fischi, metaforici e non, che il governo dell’Unione sta incassando da mesi: «Non basta parlare di “degrado”, di “Paese incivile”, bisogna ascoltare le ragioni del malessere e cercare di dare delle risposte», è il ragionamento del segretario ds.
E alla sua preoccupazione per il distacco crescente tra opinione pubblica e governo di centrosinistra, Fassino ha deciso ieri di dar voce pubblicamente, e davanti allo stesso Romano Prodi, tornando a chiedere con urgenza un «cambio di passo», e a reclamare una «fase due» di riforme.
L’appuntamento, al residence di Ripetta a Roma, era in realtà dedicato alle sorti del Partito democratico, pure quelle assai incerte. Ma il leader della Quercia ha parlato poco o nulla del tormentone che assilla i gruppi dirigenti dell’Ulivo e che appassiona scarsamente il resto del mondo. «Dobbiamo interrogarci sul perché anche quelli che dovrebbero essere beneficiati dalla Finanziaria hanno espresso malessere e forme di protesta», ha esordito. Non cita i fischi di Bologna, ma elenca i tanti fuochi di contestazione attorno al governo: «C'è un filo che lega le manifestazioni degli artigiani di Venezia, quelle degli operai di Mirafiori e del mondo dell'università. Queste categorie non si sono sentite rappresentate dalla politica». E allora bisogna correre ai ripari, perché «quando si manifesta un disagio, l’ultima cosa che può fare un politico è girare la testa dall'altra parte: deve trasmettendo la necessità di quel cambio di passo di cui il Paese ha bisogno». Ecco allora rispuntare la fatidica «fase due», termine che non piace per nulla al premier: «Il mio non è un pallino - spiega Fassino - quando dico che dopo la finanziaria bisogna mettere mano a riforme strutturali. Anche perché una manovra da 38 miliardi non saremo più in grado di farla. E se non facciamo le riforme il rischio è che quei 38 miliardi siano uno sforzo gigantesco che non ci dà i risultati che vogliamo». E il segretario della Quercia detta anche l’agenda di ciò che il governo dovrebbe mettere subito in calendario, per non continuare ad affondare nella palude: «Riforma degli ammortizzatori sociali, sostenibilità finanziaria del regime previdenziale, decollo della previdenza complementare e poi federalismo fiscale, liberalizzazioni: sono tutte questioni nodali», elenca. Prodi ascolta, registra, ma non raccoglie. «Non ho mai chiuso la porta al dialogo», si difende. Respinge le critiche alla pesantezza della manovra: «Sarebbe stato semplice farla limitandoci ad aggiustare il quadro. Avremmo alleggerito la situazione del governo ma avremmo fatto un danno al Paese. È chiaro che questo non può suscitare il gradimento di tutti». Già, il premier non vuol sentir parlare di proteste e di sondaggi che crollano. È tutta «colpa della propaganda e del clima incivile in cui è precipitato il Paese», liquida la faccenda. Ieri però, come si fa notare al Botteghino, persino Edmondo Berselli, politologo ritenuto assai vicino a Prodi, lo ammoniva duramente su Repubblica, denunciando la «colossale e rapidissima perdita di popolarità del governo», causata dalla «incomprensibilità della sua azione», dall’«incomunicabilità» di ministri e premier, dall’«assenza di una missione riconoscibile». E tra gli alleati di Prodi i tanti che condividono questo tipo di analisi cominciano a mordere il freno: così Cofferati invita il governo a «guardare in faccia la realtà», perché ha «illuso» i lavoratori con «grandi fanfare sulla ridistribuzione del reddito» che non c’è. Il ministro ds Damiano parla di «malessere profondo» e di «incertezze e contraddizioni» della Finanziaria. Emma Bonino denuncia la «confusione» che rende «indecifrabile» la manovra. E Fassino, ieri, ha suonato l’allarme.