Fassino frena sui diritti civili e delude socialisti e radicali

Il leader Ds «benedice» i nuovi alleati, ma restano sospetti e motivi di attrito

nostro inviato a Fiuggi

«I compagni ds mica penseranno che abbiamo fatto tutto questo per finire comunque sui vagoni piombati diretti a Mosca...». Scherza, il senatore socialista Giovanni Crema. Ma il discorso che Piero Fassino è venuto a fare qui, nella cittadina termale del Lazio dove è stato concepito quel nuovo soggetto radical-socialista che dovrà vedere la luce alle elezioni della prossima primavera, ha seminato qualche dubbio e delusione.
Nessuno lo dice apertamente, tutti ringraziano il segretario della Quercia che è venuto a spiegare con quanta «simpatia» guardi a questo processo politico, e come i Ds siano pronti a «camminare insieme a voi». Il problema è la meta che Fassino indica; e il suo calcare la mano su quello che - per i radicali Pannella e Bonino, certo, ma anche per i dirigenti Sdi Boselli e Villetti - è solo uno degli aspetti del progetto. «L’obiettivo dell’unità della sinistra italiana nel segno del riformismo e del socialismo - dice Fassino - è a portata di mano. Possiamo dire che sta alle nostre spalle una lunga storia di divisioni e oggi ci sono le condizioni per camminare insieme» verso «l’unità delle forze che si ispirano al socialismo democratico», Ds inclusi. Ai radicali dedica una rapida citazione, definendo «importante» la decisione di «collocarsi nel centrosinistra».
Quanto alle battaglie laiche e per le libertà, bandiera del nuovo soggetto, Fassino si mostra cauto: ha studiato dai gesuiti, dopotutto, e in più si trova come alleato e competitor un Rutelli in filo diretto con Ruini e come candidato premier un cattolico adulto come Prodi. E dunque era «giusto» fare il referendum sulla procreazione assistita, dice, ma tocca prendere atto che «l’esito è stato assai lontano da quello che speravamo». Sui temi etici, dunque, bisogna stare attenti, perché «pongono interrogativi cui la sola razionalità cartesiana non può dare risposte». Lo dice Ratzinger (che sarà pure amico di Pera ma è pur sempre un Papa), ma «lo dice anche Habermas».
Tocca a Emma Bonino e a Enrico Boselli rispondergli dal podio, con parole molto simili: «Non si tratta, caro Piero, semplicemente di unità socialista perché quella è roba da museo», dice lei. «Questa non è un’assemblea di combattenti e reduci, qui non nasce semplicemente l’unità tra socialisti, c’è qualcosa di nuovo», rincara lui. Fassino cerca di rettificare, un po’ innervosito: «Non capita tutti i giorni che il segretario di un partito che tra qualche mese correrà in competizione con questa aggregazione venga e dica: “Questo mi interessa”. Dovrebbe essere colto questo, più che andare a cercare distinzioni che non ci sono proprio».
Ma in fondo qualche problemino questa nuova aggregazione laico-socialista glielo crea: caduto l’Ulivo che avrebbe cancellato il marchio di eterni post comunisti «figli di un dio minore», i Ds puntavano sull’assorbimento dei socialisti di entrambe le sponde per darsi una forte identità socialdemocratica, e avevano aperto il corteggiamento. Lo Sdi ha resistito, e anzi si è inventato (è stato Roberto Villetti a proporlo a Pannella all’indomani del fallimento della lista unitaria) un progetto con più appeal e meno déjà vu di una riedizione del Psi. Si è conquistato una candidata-ministro di punta come la Bonino (che da anni D’Alema sognava per sé) e anche il Nuovo Psi. E ora i Ds si trovano a fare i conti con un concorrente elettorale, ma anche con un futuro alleato riformista di sinistra che spariglierà le carte nella coalizione, lasciando la Margherita a presidiare il riformismo di centro (e infatti Rutelli caldeggia anziché osteggiare l’alleanza Sdi-Radicali) col rischio che la Quercia si trovi in mezzo alla tenaglia. E Prodi con lei. Di qui l’appello: ora correte soli, ma entro le Europee del 2009 dobbiamo metterci d’accordo. Boselli comprende il problema e tende la mano: «Ovvio che i ds siano il nostro interlocutore naturale, dunque vedremo».