Fassino ha idea quant’è grande questo scandalo?

Piero Fassino ha rotto il silenzio. Ma solo per annunciare che reagirà. Non è entrato nel merito, ha preso tempo, ha rimandato tutto alla riunione del vertice diessino della prossima settimana. Forse ha fatto finta di non capire la devastazione provocata sulla sua casa politica dalla pubblicazione delle telefonate con Consorte. Forse, più semplicemente, non ne ha ancora capito la portata. Ridurre la questione che si è aperta ad una «aggressione», invocare la distinzione tra fatti, opinioni, pettegolezzi e calunnie e chiamare genericamente «ad una riflessione collettiva» equivale a cercare di ripararsi da un tifone con un ombrello.
Se avesse davvero cominciato a reagire, se si fosse deciso a dare almeno una sola spiegazione all'opinione pubblica, se avesse avuto il coraggio di affrontare se non altro le contestazioni emerse all'interno del suo stesso partito, ne avrebbe guadagnato quanto meno la sua credibilità. Invece non ha compiuto un solo passo per affrontare la crisi che sta scuotendo la Quercia e l'Unione. Ha dato l'immagine di un leader che non sa cosa dire e che è capace solo di alzare la voce, mentre è messa in discussione la sua supremazia, forse la capacità di tenuta del suo partito, e mentre cresce la preoccupazione degli alleati di fronte alla voragine che si è aperta. Di un leader - va aggiunto - che ha cercato riparo perfino dietro il lungo articolo di Romano Prodi, sulla Stampa di ieri, che si segnalava da una parte per la genericità del richiamo alla distanza da tenere tra la politica e gli affari e, dall'altra, per una ben più precisa omissione, che invece altri esponenti ds hanno notato: la mancanza di una sola parola di comprensione per la condotta dei vertici del Botteghino.
Si può capire che per Fassino il principale problema sia oggi rappresentato dalla sua sopravvivenza politica e dall'ansia di evitare una lacerazione interna, alla vigilia di una complicata partita elettorale. Sono le regole del potere. Ma, in questo caso, sono le medesime regole che hanno portato al «caso Unipol» e che hanno svuotato un partito trasformandolo essenzialmente in un gestore di posti. La crisi che si è aperta non riguarda idee, valori di riferimento, strategie capaci di parlare all'insieme della società. Riguarda più brutalmente i rapporti tra politica e affari di una forza che pubblicamente ha invece fatto della «questione morale» la sua ideologia. Se oggi, nel 2006, l'umore dominante nel post-comunismo è la nostalgia per Enrico Berlinguer, oltre vent'anni dopo la sua scomparsa, questo vuol dire essenzialmente che, nell'Italia del presente, non viene vista dallo «zoccolo duro» della Quercia nessuna alternativa, che non c'è la scommessa su un ricambio.
Dell'apertura di questo vuoto non si è accorto Fassino. Cioè del fatto che in discussione non sono solo la sua segreteria e i rapporti di forza con gli alleati, che il problema non è rappresentato da un'aggressione subita, quanto dalla crisi di una politica fondata su una condotta rivelatasi viziosa a fronte della costante esibizione di virtù pubbliche. In altre parole si sta consumando la storia della sinistra nell'era del bipolarismo. In poche settimane è franata la linea di difesa che consisteva nel riversare su Consorte ogni responsabilità e nel rivendicare l'autonomia della Quercia rispetto all'Unipol e alla finanza cooperativa ed è emersa la cruda realtà di un partito più attento al valore del potere che al valore delle idee. Un partito il cui segretario, nella prima dichiarazione pubblica dopo la tempesta, mostra di pensare solo alla sua leadership.