Fassino ha paura del voto e parla di ritirata da Kabul

L'ultima trovata del segretario Ds: s'inventa la "success strategy" per convincere i dissidenti a Palazzo Madama

Roma - «Non poteva andare meglio», dice Romano Prodi.
Il decreto che rifinanzia la missione italiana in Afghanistan è passato ieri alla Camera con una larghissima maggioranza bipartisan: 524 voti a favore, 3 contrari e 19 astenuti. Ma il centrosinistra ha subito 4 defezioni esplicite: i no di Cacciari e Cannavò, Prc; Caruso e la verde Zanella non partecipano al voto. Se a Montecitorio il dissenso di sinistra è indolore sul piano numerico, al Senato le cose stanno diversamente, e il precipitare della situazione in Afghanistan, con la drammatica emergenza del rapimento di Daniele Mastrogiacomo, rischiano di avere ripercussioni negative sulla tenuta a sinistra.
In questo quadro di grande preoccupazione del governo si colloca l’uscita di Piero Fassino, che ieri ha iniziato a parlare di «uscita» dall’Afghanistan. Certo, solo dopo aver ottenuto «un risultato positivo sul campo».

Ma secondo il segretario ds l’Italia «deve sollecitare l’Onu e i paesi presenti in Afghanistan a compiere una riflessione che ridefinisca il modo in cui vogliamo stare lì, per cosa e per quanto tempo». Non si tratta di una «exit strategy», si affretta a precisare, ma di una «success strategy». Ma è il tentativo di dare sostanza a quel «cambio di passo» che - senza smentire l’impegno preso - rassicuri la sinistra che inizia a vacillare. «La situazione è drammatica, c’è una guerra guerreggiata che è ormai molto vicina ai nostri militari», dice il capogruppo Prc Russo Spena, secondo cui «il governo deve impostare una strategia diversa, trovare una soluzione politica». La parola «ritiro» per ora è tabù, e Russo Spena smentisce le agenzie che gliela attribuiscono, ma reclama entro il 20 marzo «la data della conferenza internazionale di pace».

Intanto l’opposizione non cessa di battere sul tasto della necessità che al Senato l’Unione dimostri la propria «autosufficienza», quella dei 158 voti della «maggioranza politica». Tanto che nel centrosinistra, a Palazzo Madama, si è insinuato il dubbio che «la Cdl stia spingendo per costringerci a mettere la fiducia sul decreto, anche per non dividersi loro vista l’astensione annunciata dalla Lega». Il problema è che l’ipotesi della fiducia, che Prodi non vuole assolutamente percorrere, può trovare delle sponde anche nei «dissidenti»: se Turigliatto e Rossi hanno già annunciato la loro opposizione al decreto, e il verde Bulgarelli si riserva di decidere, un nuovo caso lo sta aprendo Franca Rame. Aveva detto che avrebbe votato sì e poi si sarebbe dimessa, ma ci sta ripensando, anche perché suo marito Dario Fo è firmatario dell’appello a votare contro la missione. Ora la senatrice dipietrista fa sapere che solo la questione di fiducia potrebbe giustificare un suo sì, e se la sua linea facesse scuola la situazione si farebbe critica.

I capi dell’Unione si fanno scudo del Quirinale: «Napolitano è stato chiarissimo, il governo ha già avuto la fiducia», e dunque la questione dei 158 voti di autosufficienza (che sull’Afghanistan non ci saranno) è superata, dice la capogruppo dell’Ulivo Anna Finocchiaro.
Ma il presidente della commissione Esteri, il ds Ranieri (assai vicino a Napolitano), afferma che senza i 158 si aprirebbe «un problema politico serio». E la Velina Rossa si chiede: «Si tratta di una posizione personale o riflette quella di altri ambienti politici o istituzionali?».