Fassino mette le mani avanti «Non riusciranno a dividerci»

Il segretario ds celebra l’unità ritrovata. Gelo con D’Alema sull’ipotesi Bersani al Botteghino

Laura Cesaretti

nostro inviato a Firenze

E l'ultimo giorno Piero Fassino ripiange. L'ha fatto venerdì quando Massimo D'Alema ha ribenedetto la sua leadership nel partito, allontanando con un'alzata di sopracciglio il fantasma di Walter Veltroni dalla tolda di comando del partito democratico che sarà (forse); l'ha fatto anche in tv davanti a milioni di fan di Maria De Filippi, quando ha ritrovato la tata, in un crescente processo di umanizzazione dell'immagine un po' rigida del segretario.
E d'altronde ci tiene a sottolinearlo, concludendo la conferenza programmatica di Firenze, che «un partito è programmi e organigrammi, certo, ma non solo: è emozioni, passioni, ansie. Una comunità di uomini e donne». Sottolinea la ritrovata compattezza e l'orgoglio dei Ds: «So bene che l'applauso di ieri alle parole di D'Alema (“Senza Piero Fassino tutto questo non ci sarebbe stato”, ndr) non era solo per me ma per tutti noi, i militanti, la classe dirigente, le nostre figure più prestigiose a cominciare da Massimo», e viene giù un uragano di battimani, che il presidente della Quercia, seduto al suo fianco, osserva col sorrisetto compiaciuto di chi sa bene di meritarselo. E avverte (De Benedetti, il Corriere, Rutelli, Veltroni e quant'altri): «Nessuno si illuda, noi non ci divideremo, nessuno ci separerà». Gli si incrina la voce, quando a fine intervento assicura che «l'Italia ce la farà, ce la faranno gli italiani e noi saremo con loro», sottinteso: al governo. Parte l'applausone, si alzano le note di Rino Gaetano («Il cielo è sempre più blu-uh uh -uh uh», canticchia il segretario ds inquadrato nel maxischermo) e scendono un paio di lacrime. Poi Fassino si ripiglia, dai delegati parte un coretto di «Piero, Piero» e lui sorridendo azzarda qualche passo di danza e alza persino un indice roteante modello Tony Manero in Saturday night fever. Per D'Alema è troppo, il presidente della Quercia alza gli occhi al cielo e scivola dietro le quinte, allontanandosi da quel palco dove «sono tutti lì che ballano», sbuffa.
Francesco Rutelli è arrivato ieri mattina a Firenze, a rendere il doveroso omaggio della presenza all'alleato e compagno di listone (e si spera in futuro di vice-premiership) che aveva fatto lo stesso qualche giorno fa a Milano, al Big talk della Margherita. Ma il leader dl resta nel catino della conferenza ds solo una manciata di minuti, giusto il tempo di una photo-opportunity mentre abbraccia Fassino, poi torna a Roma.
La Quercia si è apparentemente ricompattata e ha ritrovato il suo orgoglio, ma le tensioni interne restano: D’Alema insiste sul nome di Pierluigi Bersani come coordinatore unico della segreteria ds se Fassino sarà vicepremier; Fassino ovviamente non ne vuol sentir parlare. E soprattutto restano le difficoltà di una campagna elettorale che si gioca con regole nuove e immagini non nuovissime. «Berlusconi nel 2001 ha avuto successo perché si era presentato come nuovo, aveva promesso il cambiamento», ragiona Fassino. Invece oggi «quelle promesse sono state disattese, quel sogno è fallito», e «tocca a noi essere credibili» per raccogliere quei consensi in fuga.
Ma qualche problema d'immagine l'Unione sa di averlo, anche a prescindere dalle critiche di De Benedetti: lo dimostra il fatto che qualche giorno fa, in una riunione del gruppo di lavoro della coalizione che studia la campagna elettorale, si ragionava sugli slogan per i manifesti. «Non abbiate paura del cambiamento», era l'ipotesi sul tavolo. E più d'uno ha fatto notare che «è un po' difficile da far digerire, se poi la foto è quella dello stesso leader di dieci anni fa», ossia la faccia di Romano Prodi. Lo slogan è stato accantonato, se ne cercano altri. Puntando un po' sul concetto di «usato sicuro»: ieri Fassino ha molto insistito a ricordare i meriti passati dei governi di centrosinistra: «Prendemmo in mano un Paese disastrato, e abbiamo saputo mettere in campo tutte le nostre energie, raccogliere le sfide, anche quelle impopolari, offerto una classe dirigente all'Italia». Sapremmo rifarlo, è il messaggio: «Ci rimproverano di non saper offrire all'Italia un sogno. Ma noi proponiamo una sfida, una cosa più importante e più grande». Basata su «tre parole chiave: crescita, diritti e opportunità». Riforme, ma con moderazione. Liberalizzazioni, ma senza «farne un'ideologia». Flessibilità, ma senza «precarietà».