Fassino «primario» dell’operazione Partito democratico

Francesco Damato

Sarà pure stata «una tempesta in un bicchiere d’acqua» o «una sarabanda mediatica», come hanno cercato di liquidarla gli interessati per paura di procurare al governo appena nato ancora più guai di quanti già non gliene creino ministri smaniosi di comparire e di rivendicare competenze incerte o incompiute nei loro decreti di nomina. Ma il tentativo compiuto dal segretario della Quercia Piero Fassino di pilotare la fusione con la Margherita prospettando le primarie per scegliere il segretario e/o i dirigenti del partito che dovrà nascere, un segno l’ha lasciato. Se mai il partito unico naturalmente riuscirà a vedere la luce, non potendosi escludere un aborto anche per effetto dei sospetti e delle paure che anche Fassino ha finito per avvertire, e insieme alimentare.
Da grande, anzi da massima prova di democrazia e di partecipazione, come erano state definite quelle che il 16 ottobre scorso confermarono nel cosiddetto centrosinistra la leadership di Romano Prodi in vista delle elezioni, le primarie sono diventate addirittura «un accanimento terapeutico». Così le ha definite il rutelliano Ermete Realacci associando la proposta di Fassino all’immagine certo non consolante di un paziente in fase terminale. «Le primarie sono state già fatte», ha liquidato un altro rutelliano, Renzo Lusetti, ricordando quelle dell’autunno scorso e anticipando lo stesso Rutelli, che ha spiegato: «Abbiamo già un leader: Romano Prodi».
Ma le primarie di ottobre si svolsero per la scelta del candidato alla guida del governo, non del partito di là da venire. Certo, Prodi fu il candidato unico dei Ds e della Margherita, in concorrenza con Fausto Bertinotti ed altri ridotti a comparse dall’accordo fra i due partiti maggiori della coalizione, ma sempre per la gara a Palazzo Chigi. Sostenere ora che quello era anche il candidato unico alla guida del futuro partito è obiettivamente una forzatura. Incassare i voti dei militanti e simpatizzanti diessini, almeno due volte più numerosi di quelli della Margherita, e quattro o cinque volte più organizzati, per candidare nove mesi fa Prodi alla presidenza del Consiglio e considerarli ora acquisiti anche per conferirgli la guida di un partito peraltro ancora da costruire, mi sembra francamente eccessivo. Se Fassino la considerasse una provocazione, pur non dicendolo, anzi dicendo il contrario per ragioni di mera e contingente opportunità politica, non mi sentirei di dargli torto, per quanto si possa dissentire dalla linea politica sua e del suo partito. A guardia del quale peraltro egli è stato inchiodato come segretario, praticamente diffidato dai suoi compagni, a cominciare da Massimo D’Alema, dal ridurre il suo impegno assumendo anche incarichi di governo. Da guardiano egli ha forse già avvertito il rischio di diventare guardone.
Per quanto si possa conoscere e criticare la tentazione quasi genetica dei comunisti, e dei loro eredi, di praticare l’egemonia ovunque si insedino o solo si affaccino, trovo singolare la pretesa della Margherita di annettersi con il 10,7 per cento dei voti raccolti da sola al Senato nelle ultime elezioni il 17,5 per cento raccolto dai Ds. E ancora più singolare trovo la pretesa di quella specie di rana che è diventato Prodi di annettersi gli uni e gli altri: lui che da solo, o in compagnia del suo stretto giro di amici e cortigiani, in elezioni vere e proprie, non in primarie politicamente truccate come quelle di ottobre, non prenderebbe forse neppure metà dei voti della Margherita.