Fassino, da protagonista a vittima del nuovo partito

Vi è qualcosa di comico e drammatico nell’accenno di Piero Fassino a un rimpasto del governo. L’uomo che era stato al centro del grande passaggio è rimasto fuori dal governo che oggi è il vero centro del potere politico. Fassino è stato l’uomo del Pd, e ha condotto la tradizione comunista ad abbandonare la storia della sinistra comunista e socialdemocratica per essere legittimato dai democristiani, che oggi non rappresentano i cattolici ma le clientele democristiane del Sud.
L’esclusione di Fassino nel luogo della politica e del potere è quasi un simbolo del prezzo che la storia comunista della sinistra italiana ha dovuto pagare per censurare la propria memoria storica. Accade così che i comunisti, usciti vittoriosi dalle vicende del ’92-93, debbano compiere la medesima scelta che gli altri partiti dovettero fare sotto i colpi della magistratura che i Ds sostenevano. La marginalizzazione del segretario che condusse alla rottura con la continuità del partito indica che è finito il partito come luogo di decisione politica, determinata proprio dalla fine della tradizione politica più importante nella storia del Novecento, quella che ha fornito a tutti gli altri partiti le categorie di lettura della storia e delle condizioni della legittimità politica.
La maggior parte del Ds ha accettato questa fine dopo che era fallito il tentativo di Massimo D’Alema di dare forma socialdemocratica al partito postcomunista. Vi è qualcosa di misterioso in questo spegnimento della storia comunista, che rappresenta il successo politico della posizione che in Italia fu sempre sconfitta: l’anticomunismo. È come se le pulsioni anticomuniste della storia italiana avessero fatto comprendere ai postcomunisti che bisognava rompere nello stesso partito postcomunista la memoria del Pci come aliena allo spirito profondo del Paese, delegittimata dopo essersi imposta come forma della Repubblica.
Un altro singolare fatto è che D’Alema e Fassino, ma soprattutto D’Alema, siano perseguiti dalla procura milanese; si ripeta così nel 2007 la medesima regia del ’91 e del ’93. Sembra che ci sia una giustizia storica che colpisce il principale beneficiario della grande mattanza della democrazia da parte della giustizia. È la direzione dei Ds che ha scelto di porre fine alla tradizione comunista e socialdemocratica della sinistra italiana per fondersi non con il mondo cattolico, ma con gli ex democristiani di sinistra. Però Fassino era stato quello a cui era stato affidato il compito di liquidare il partito che fu di Gramsci e di Togliatti per concentrare la politica in un governo composto di forze estranee alla tradizione comunista. Ed il paradosso sta nel fatto che l’energia, che ha reso possibile il governo Prodi, è ancora solo e soltanto quella che viene dalla tradizione comunista.
Fassino è una figura minore del comunismo italiano, a lui è stato affidato il compito triste di porre fine al partito nato a Livorno senza ricongiungerlo con il socialismo e la sinistra italiana. È un fatto drammatico che pesa sulla politica del Paese. Non è un caso che sia Rutelli, e non il Ds, a sostenere l’autocandidatura di Fassino a entrare nel governo. L’uomo che ha determinato la cancellazione del Pci è stato abbandonato dal suo stesso partito. La fine del Pci senza che sia nato un partito socialdemocratico fa della politica italiana un unico caso in Europa dove ovunque esiste una socialdemocrazia.
Dopo la fine del partito cattolico, giunge la fine, a un tempo, del partito comunista e del partito socialdemocratico. Una simile rottura nella storia italiana ed europea ha un significato che non si può misurare, è come se un destino conducesse alla fine di tutta la politica italiana del Novecento. Che cosa rimane? Quali saranno le conseguenze di questo buio totale a sinistra?
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