Fassino rende nervosa l'Unione

Il leader Ds incalza il premier: "Subito le riforme". La replica stizzita di Prodi: "Abbiamo cinque anni di tempo". Rutelli sta con la Quercia

Roma - Fratelli coltelli come non mai. Ovvero: il pressing degli alleati su Romano Prodi continua, implacabile. E ieri è stato il segretario dei Ds Piero Fassino ad attaccare con una intervista alla Repubblica. Un’esternazione minacciosa per il premier fin dal titolo, che aveva il sapore di un cartellino giallo sfoderato dal leader del partito più forte della coalizione: «Riforme subito o rischiamo grosso». Ma chi, rischia? A sentire Fassino non ci sono dubbi, nella posizione più scomoda c’è il premier, bersaglio di una pioggia di critiche dirette e indirette. E intanto l’interessato risponde glissando, definendo (in realtà è uno sberleffo) come un prezioso «stimolo» le critiche di Fassino e ribadendo che per lui non cambia nulla: «Andremo avanti anche in futuro - dice Prodi - con un programma riformista che ha di fronte un orizzonte di cinque anni. Come i programmi riformisti seri dei governi seri».
Non era certo la risposta che Fassino si aspettava. Ed è interessante notare come persino le dimissioni dal partito di un economista come Nicola Rossi, il grande smacco del segretario della Quercia siano utilizzate nell’intervista in funzione antiprodiana: «Rossi - spiega infatti Fassino - dovrebbe rimproverare qualcun altro di mancato riformismo, invece di rimproverarlo al partito che per primo ha sottolineato la necessità e l’urgenza della cosiddetta fase due». L’intervistatore, Massimo Giannini, coglie subito la stoccata venefica e chiede: «Lei sta dicendo che Rossi dovrebbe muovere le sue critiche a Prodi invece che a Fassino?». Risposta inequivocabile: «Io dico che tutti devono fare i conti con questo problema». Insomma, intorno alla parola d’ordine magica del «riformismo», e all’insegna della gara a chi è «più riformista» si misurano in queste ore i reali rapporti di forza fra il premier e la coalizione, con Ds e Margherita che pestano sull’acceleratore delle riforme per scaricare il calo di consensi che investe la maggioranza e i «piccoli» che si stringono intorno a Palazzo Chigi. Fassino ammonisce sia Prodi che gli alleati: «Varata la finanziaria - attacca - le sfide più difficili cominciano adesso e dobbiamo dimostrarci all'altezza». E aggiunge: «Senza le riforme, la finanziaria perde senso. Nel settembre 2007 non potremo ripresentarci con un'altra manovra da 35 miliardi: il Paese non capirebbe». E poi, sempre battendo sul tasto dell’inadeguatezza del governo: «Avviato il risanamento - osserva - gli elettori si attendono da noi le risposte che Berlusconi non è stato in grado». Tre i fronti che Fassino indica: «Pensioni, ammortizzatori sociali, pubblica amministrazione». Ecco perché, aggiunge, «Caserta non può e non deve essere un esercizio formale né una discussione generica. Serve un segnale forte e chiaro - conclude - guai a pensare che, varata la finanziaria, il più sia fatto. È vero esattamente il contrario».
Il coro di reazioni suscitate è rivelatore del rivolgimento che attraversa l’Unione.
I primi a difendere Prodi? I dirigenti di Rifondazione. «L’analisi di Fassino è sbagliata», spiega senza troppi giri di parole il capogruppo al Senato Giovanni Russo Spena. «I cosiddetti riformisti - osserva sul filo del sarcasmo - hanno creato un mondo virtuale che non tiene conto delle emergenze sociali, ma la preoccupazione è che se le domande non dovessero trovare risposta finiranno per confluire nel plebiscitarismo e il rischio è che sia la società a disgregarsi». E poi, con un affondo finale: «La posizione di Fassino? Estremismo di centro». Ancora più netto Marco Rizzo, del Pdci: «Da nessuna parte sta scritto che bisogna fare inciuci col centrodestra. Prodi è al governo perché i cittadini hanno votato uno schieramento con un programma ben preciso. Prodi non ascolti il canto delle sirene!».Con il segretario dei Ds, invece c’è il leader della Margherita Francesco Rutelli: «Servirà per dare un messaggio al paese: col 2007 le riforme proseguono e si accelerano». Forse, l’epigrafe più paradossale di questo dibattito cifrato è l’ironia affilata del segretario dello Sdi, Enrico Boselli: «Non si può essere riformisti solo a parole, come purtroppo continuano a fare Fassino e Rutelli».