Fassino resta fuori dal governo: la Quercia lo chiude in segreteria

Il Prc non ci sta a passare dai tre ministeri promessi a uno solo: «Abbiamo più voti e meno posti dell’ex Ppi»

Roberto Scafuri

da Roma

La ferita si è forse aperta su una cicatrice: nulla di più doloroso. Così circola un’aria mefitica, dalle parti del Botteghino, alla vigilia di una segreteria decisiva per Fassino e (soprattutto) per il governo. La Quercia ne è ammorbata: il serpe tra le foglie è velenoso assai, e si chiama sospetto.
Sospetto nei confronti di Prodi, che forse non ha fatto tutto quanto era nelle sue possibilità durante la partita per il Quirinale, anzi ha chiuso la porta a D’Alema dopo la celebre intervista di Fassino al Foglio. E poi sospetto su quella maledetta intervista, con D’Alema che avrebbe concordato con Fassino le celebri quattro garanzie da Supergoverno. O il segretario ci ha aggiunto un carico di suo, rendendola indigesta a Prodi? Dunque sospetto sulla coppia Fassino-Rutelli, anzi soltanto su Piero, visto che per i dalemiani il sogno del bello guaglione è risaputo, racchiuso nello slogan: «Distruggerò la Quercia».
I fassiniani, però, hanno anche le scatole piene a sentirsi dire che sono «deboli, collusi e portano a casa poco o nulla». Tanto che Fassino ha fatto gli straordinari per dimostrare che l’arrivo di Napolitano al Quirinale è un successo travolgente. Ieri ha avuto anche un momento di sfogo, tra un lungo incontro con D’Alema e uno con Prodi, rivendicando i successi della sua gestione. Quando assunse la guida del Botteghino, ha ricordato, «mi guardavano come il curatore fallimentare di un’azienda in crisi: oggi posso rivendicare un bilancio che ci vede alla guida di 16 regioni su 20 e in tante amministrazioni locali, abbiamo vinto le politiche, abbiamo eletto Napolitano presidente della Repubblica. Per quanto mi riguarda, ho fatto quello che dovevo...».
Il punto è ora stabilire che cosa dovrà fare Piero nel futuro. D’Alema ha le idee chiare, e gliel’ha continuate a esprimere senza concessioni: «Tu poi fai come vuoi, ma se vogliamo portare avanti questo progetto del Partito democratico occorre preparare il partito, al centro e soprattutto in periferia. Stando tutti nel governo, diventa una barzelletta. In ogni caso è chiaro che al governo non ci sarà un vicepremier, ed è chiaro che non ci può essere un capo-delegazione dei Ds». Che Massimo «non sia mai stato il numero due del partito e senza dubbio mai il numero due di Fassino», lo si sa. Ieri la dalemiana Claudia Mancina ha sentito il bisogno di ricordarlo, specificando coma «anche Fassino ne sia consapevole». Difatti Piero ha fatto sua la lezione: «Abbiamo due sfide grandi da affrontare, il governo e il Partito democratico e per entrambe c’è bisogno che ci si dedichi con energia. Una delle due l’affronterò...». Per stabilire «dove sono più utile», ha visto D’Alema e Prodi.
Gli intrecci con il resto del domino di governo non hanno però sbloccato la situazione. Fassino avrebbe ottenuto, restando al Botteghino, anche una sorta di incarico speciale di «coordinamento» o «cabina di regia» del costituendo partito. Ma accelerare troppo i tempi (entro un anno, voleva Prodi) creerebbe problemi a Rutelli, che al governo ci vuole stare e pure come vicepremier. Ieri ha rigettato come «irricevibile» qualsiasi schema diverso. Ma i due vicepremier non piacciono a D’Alema. La tesi ufficiale è che, con Fassino a Bottega, avere due vicepremier saprebbe tanto di vecchio pentapartito e di sfiducia nei confronti di Prodi. Non è escluso che conti anche l’equazione: D’Alema non è secondo a Fassino, ergo men che meno può essere alla pari di Rutelli. Al bello guaglione (oltre che a Fassino) pare rivolgersi anche la dalemiana Velina rossa, quando chiede che chi entrerà nel governo «lasci ogni incarico nel partito». Un modo per equilibrare i pesi e superare la guerra dei ministri: con Fassino coordinatore unico del Pd, molti dirigenti potrebbero essere prodiani e della Margherita. La Quercia difatti ancora ieri reclamava 9 ministri (4 della prima fascia: Esteri, Economia reale, Lavoro e Salute) contro i 6 dei Dl. Senza contare 4 viceministri e ben 24 sottosegretari.