Fassino è riuscito a liquidare i sogni di Rutelli

Gianni Baget Bozzo

Le elezioni primarie sono state la vittoria dei Ds e di Prodi. Forse il più decisivo successo è stato quello di ottenere la convergenza di Rifondazione comunista sulle primarie e quindi il sostanziale avallo della estrema sinistra alla direzione politica dei Ds. Ciò è tanto più significativo in quanto in Francia e Germania le due sinistre si sono divaricate. Il vero punto di successo della strategia di Fassino è stato di ottenere l'unità di tutta la sinistra su una candidatura patrocinata dai Ds. E il candidato prescelto è stato sempre ben attento a ben mantenere questo asse privilegiato della unità a sinistra.
Su questa base i Ds hanno ottenuto la capitolazione della Margherita, che aveva cercato un suo spazio a destra, contando sulla crisi elettorale di Forza Italia. L'asse della politica italiana a sinistra è dunque fondato sull'unità della sinistra e il peso di Rifondazione è maggiore di quello della Margherita. L'idea di un grande centro è ormai lontana nell'aria, perché il centro è una memoria postdemocristiana ma non è una realtà nel sentimento del Paese.
Per queste ragioni, l'idea di un partito democratico in cui tutti i partiti si fondessero superando le loro culture e le loro tradizioni, sembra ormai ben lontana. La tradizione centrista è morta con la Dc e nemmeno il sistema proporzionale è riuscito a risollevarla. Anzi proprio l'introduzione del sistema proporzionale ha condotto alla resurrezione della centralità della sinistra e del prodismo, addirittura al ritorno dell'Ulivo, che per la Margherita era stata una partita chiusa. L'idea di un partito all'americana, senza ideologia propria e senza memoria storica, sembra ormai lontana dalla situazione reale e quindi l'idea di uno scioglimento del Ds in un partito kennediano sembra un sogno impossibile. Esso è emerso nelle parole di Rutelli solo per dissimulare, con un radicale salto in avanti, il fatto inevitabile che la Margherita sia divenuta un partito che ha la sua essenza nella alleanza con i Ds e non con se stessa. L'unica strategia esistente in Italia è quella di un Ds come centro da cui emergono tanti raggi. La memoria postcomunista del Ds viene nascosta con il fatto di tante alleanze che però hanno come unica consistenza politica l'alleanza con i Ds. Nessuna di esse ha esistenza, politica, organizzativa, culturale ed elettorale senza il fatto dell'alleanza con i Ds. Il partecipare alla coalizione di cui Fassino è il centro costituisce l'identità di tutti i partiti alleati. Che cosa sarebbe la Margherita senza l'alleanza a sinistra? In che cosa si può pensare diversa, il che vuol dire anche in certi casi contrapposta, al partito postcomunista? In realtà il Ds ha avuto la sua forza nel mantenere intatto, rinnovandolo solo in termine di generazioni, il gruppo dirigente del Pci e quindi la capacità propria di quel partito di costruire alleanze attorno alla sua centralità. Occhetto aveva tentato di cambiare il Pci ma il successo di D'Alema è stato quello di escludere ogni apporto esterno al gruppo dirigente comunista e di mantenere intatta quella capacità di combinare una forte identità con la più spregiudicata posizione di alleanze. Ha potuto trasformare il Ds la sua identità rivoluzionaria in differenza etica mantenendo dunque intatta la ragione della militanza come differenza del militante dall'elettore e dal cittadino, come portatore di una qualità in più. Il fatto che ormai il centrosinistra appaia senza trattino anche nella prospettiva di Rutelli dopo l'abbandono di qualunque velleità di autoposizione della Margherita, è il cambiamento rilevante che le primarie hanno portato alla politica italiana. Il Ds si trova oggi nella situazione del '94 e del '96, questa volta nella conquista del potere senza alternative. Dal Pci ai Ds vi è piena continuità politica nella logica del Gattopardo, «occorre che tutto cambi perché tutto rimanga come prima».
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