Fassino scopre il suo futuro: liquidare il Botteghino

Fuori dal governo e col Partito democratico in arrivo, il segretario Ds è destinato a gestire lo smantellamento della Quercia

Roberto Scafuri

da Roma

Hanno cercato di convincerlo con le buone e con le cattive. Gli hanno prospettato il ruolo cardine nel nuovo Partito democratico e persino l’idea che fosse meglio tenere una «leadership forte esterna al governo», una sorta di «piccole mani libere» nei confronti del «Prodi II». Ma ora che Piero Fassino si richiuderà la porta dietro il suo Botteghino, scoprirà che il suo «bonus» per il futuro è oro di Bologna. Falso. Nella solitudine dello sconfitto un tarlo sarà il suo demone: «Dovrò liquidare la Quercia, e in mano mi resterà un pugno di mosche».
La storia è piena di esempi tragici. Proporzioni a parte, fu il destino del grande Mikhail Gorbaciov. O quello, meno tragico, di Achille Occhetto. Gli uomini delle grandi svolte rischiano triplo e, a cose fatte, non sono amati né dal popolo dei nostalgici, né da quello degli innovatori. Piero lo sa, eppure ha dovuto subire l’offensiva dei dalemiani. Sono in molti, dentro e fuori dei Ds, a giudicare «un grande successo» l’operazione Camera-Quirinale giocata da D’Alema: attraverso due candidature azzardate e senza troppe speranze, il presidente dei Ds ha saputo prima imporsi come candidato e quindi fare il beau geste della rinuncia. È così tornato protagonista numero uno - al punto che molti commentatori simpatizzanti hanno cominciato a designare il governo come «Prodi-D’Alema» - e vanta crediti utili nelle future partite. Bicchiere pieno.
Il bicchiere di Piero, invece, è vuoto. Promesse e tanto lavoro oscuro da svolgere. Altro che Partito democratico: anzitutto occorre pensare alla Quercia. Non ci sarà alcun congresso (chissà, forse tra due anni), mentre si dovranno rimpiazzare nella segreteria gli uomini del governo. Resteranno Marina Sereni e Maurizio Migliavacca, e tra le new entry si parla di Nicola Zingaretti, Marco Filippeschi e Andrea Orlando. Soprattutto in periferia occorrerà rincorrere gli scontenti e far loro digerire la nascita di un Partito democratico i cui organigrammi sono da contendere alle fauci di postdemocristiani incalliti. Se la competizione tra i gruppi dirigenti, al centro, è talmente aspra da inorridire Cesare Salvi, in periferia (specie al Sud) sarà peggio. Come contenere l’emorragia di iscritti e dirigenti? A dare mangime ai tarli di Fassino da tempo provvede l’«ex» Pietro Folena. Che guarda caso proprio ieri ha affilato le armi, federando ufficialmente la sua associazione Uniti a sinistra con la Sinistra europea, presieduta da Fausto Bertinotti. Il cui congresso fondativo è previsto a Palermo a inizi luglio.
Da almeno due anni Folena, valutando quello che accadeva ai Ds, l’ha giudicato «irreversibile». Piuttosto che entrare in Rifondazione ha immaginato che la Sinistra europea possa un giorno federare partiti (Prc), associazioni (Uniti a sinistra, i Liberaderenti eccetera), pezzi di sindacato (Fiom), movimenti. «All’interno del Partito democratico - ragiona Folena - nascerà senz’altro una corrente di sinistra, ma sarà minoritaria e senza prospettiva politica, visto che sarà un partito di centro che guarda a sinistra, ma nulla di più. La nostra risposta è competitiva, non conflittuale. Non vuole contrapporre alle loro scelte i “guardiani dell’ortodossia”, ma piuttosto una sinistra giovane e non ideologica, che critica il liberismo e gli effetti negativi e concreti di certe politiche. Una sinistra che non vuole restare affatto minoritaria, legata a battaglie di testimonianza, ma lanciare la propria Opa verso coloro che man mano resteranno insoddisfatti del Pd... ». Folena si augura che nei prossimi mesi molti ds «anche non del correntone», si iscriveranno alla Se mantenendo «la tessera ds in tasca». Di sicuro ieri, all’assemblea di Uniti a sinistra, ha partecipato (e aderito) un gruppo di fassiniani abruzzesi, capeggiati dal consigliere regionale Gianni Melilla. Del disagio verso il futuro Pd ha parlato anche Piero Di Siena, dell’Ars, associazione di Aldo Tortorella. Cesare Salvi, assai irrequieto nelle ultime settimane, ieri non c’era, ma ha ripreso contatti assidui con Bertinotti. Il tarlo rode e roderà il povero Fassino, «costruttore del Pd». Come far perdere alla Quercia meno foglie possibile, e nel frattempo contendere spazi ai famelici prodiani, dalemiani, rutelliani, mariniani? C’è da triturarsi e tormentarsi, fino a perdere l’appetito.