Fassino: se Prodi cade si vota Berlusconi: bene, mi dà ragione

Alla fine anche Fassino ammette che se
cade Prodi si dovrà andare a votare. Il segretario
ds cerca così di spaventare la
maggioranza avvertendo. Berlusconi ironizza
sui timori del leader diessino: "Mi fa
piacere che condivida quello che considero
una necessità per il Paese&quot;<br />

Roma - La paura fa novanta: giorno più giorno meno, la durata della sessione di bilancio. Tre mesi di vita appesa a un filo per Prodi e la sua maggioranza fatta di «monadi»: quelle che il premier, secondo uno sfogo diffuso dalle veline di Palazzo Chigi, avrebbe tutto il desiderio di «mandare al diavolo» (un «vaffa» dimezzato).
Si tratta dei «microrganismi monocellulari», secondo la calzante definizione di Mastella, che un po’ rappresenta il papà putativo di tutti i «microrganismi monocellulari» della politica italiana. Attecchiti soprattutto al centro dell’Unione, seguono logiche non controllabili e talora ancor meno decifrabili. Spuntano come funghi contagiosi, lo si è visto nel dibattito sulla Rai, possono avere esiti imprevedibili e rappresentano ora il terrore di Prodi e compagni. Il dibattito in Senato ha costituito la «prova generale» di quanto potrà accadere durante il passaggio della finanziaria in Parlamento. Con il rischio concreto, per il premier, di essere spedito a casa entro Natale. Neppure con il panettone consolatorio, visto che una battuta sussurrata da D’Alema («i governi passano... ») ha reso ulteriormente inquieti gli inquilini di Palazzo Chigi.

Possibile che si taglino i fili al malato terminale, per riattaccarli a un governo «tecnico/istituzionale»? I gruppi un po’ più «integri» della maggioranza cercano di rinserrare le fila e mettere in riga le «monocellule» impazzite. «Dopo di me si va alle urne», minaccia Prodi. «Tutti devono essere consapevoli che un altro governo non c’è e se cade questo si va a elezioni anticipate», ribadisce il segretario ds, Piero Fassino. Argomentando che «chi ha la responsabilità di governare non può esporre il Paese a questo rischio» e lamentando un senso di responsabilità che «non sempre si manifesta». Prova di forza che intende mettere «il coltello alla gola ai dissidenti dell’Unione», lo interpreta l’azzurro Cicchitto. Ma che dà anche il senso di quanto il governo sia appeso a un filo: tanto da suscitare il consapevole buonumore di Silvio Berlusconi, a sentir evocare le elezioni anticipate proprio da Fassino: «Bene, mi fa piacere che condivida quella che considero una necessità per il Paese», sorride il leader della Cdl a passeggio per le vie di Roma.

L’ironia sulla necessità di elezioni anticipate provoca l’immancabile stizza fassiniana: «Berlusconi non faccia il furbo e non imbrogli gli italiani, io ho detto che non esiste un’altra maggioranza e un altro governo non certo per andare a elezioni anticipate...». L’ennesima poco accorta frase fassiniana intendeva così soltanto ribadire che bisogna far uscire allo scoperto i reprobi, fin dal vertice di mercoledì. «Se c’è qualcuno che ha intenzione di tirarsi indietro lo dica subito», aveva consigliato D’Alema a Prodi. Ovvero, fuor di metafora, sentire a quale prezzo (politico e non) i «dissidenti» possano essere riconquistati alla fedeltà. Non esattamente quello «scontro politico impegnato ma trasparente» che, secondo i desideri Bertinotti, «già sarebbe un modo per riavvicinare la politica al Paese». Parlare di elezioni anticipate, invece, «è fuorviante, come mettere il carro davanti ai buoi».

La sinistra, insomma, teme che Palazzo Chigi voglia approfittarne per blindare il confronto sulla finanziaria. E concedersi invece generosamente agli appetiti centristi. Ci aspettano «intrighi e manovre di palazzo», teme rifondatore Giordano. «Torbidi», rispetto ai quali le elezioni anticipate rappresenterebbero pur sempre una boccata d’aria pura.