Fassino si gioca l'ultima carta per risollevare una carriera di flop

La corsa a sindaco di Torino è il capolinea di una carriera politica costellata di flop. Persa la segreteria del Pd, è sparito di scena. Ormai lo si vede solo da Vespa<br />

Per uscire dalla condizione di de­saparecido , Piero Fassino punta a ripigliarsi la scena come sinda­co di Torino. Domenica 27 deve superare l’ostacolo peggiore: le primarie, ossia la lotta fratricida tra i candidati di sinistra. Il più ostico è Davide Gariglio, un ex dc del Pd, che gli dà sfacciatamente del vecchio. Fassino, 61, se n’è adontato: «Argomento debole, lui ha 43 anni e non 25 e poi sta in politica da 20». Di seguito, ha schizzato con modestia il proprio ritratto: «I cittadini vogliono un sindaco solido, autorevole e che abbia esperienza». Poi, all’Unità che lo intervistava, ha detto di avere già incassato il sostegno del torinese che meno si aspettava. Il pensiero è corso a Elkann, Marchionne ecc. e invece- con squisito animo popolare- Piero ha rivelato:«È un tassista che mi ha detto: “ Io per la sinistra non ho mai votato, ma lei la voto”».

Per umana solidarietà, ci auguriamo che Fassino conquisti le primarie e la carica di primo cittadino. Altri, come Rutelli e Veltroni, si sono rifugiati in Municipio per tirare il fiato e rituffarsi poi rinfrancati nell’agone. La sosta nella cinta cittadina è stata per entrambi una catapulta. Tornati in pista, sono diventati i campioni dell’opposizione con l’incarico di battere il Cav ed espugnare Palazzo Chigi. Che poi abbiano fallito, non cancella il momento di gloria. Nulla di ciò per Piero. Governare Torino è la sua ultima occasione politica. L’estrema possibilità di trascorrere in attività il decennio che va dall’andropausa dei 60 agli acciacchi dei 70. Per lui, non ci sarà un dopo. Se invece non gli riesce il colpo del sindaco, dovrà da subito scegliere il chiodo cui appendersi. Fissandolo naturalmente molto alto, tenuto conto che è 1,92; ma senza preoccuparsi della tenuta, poiché per i suoi 66 chili di ossa gli basterà una puntina da disegno.

Ecco perché è detto Grissino. Da tempo, Fassino vivacchia e senza Bruno Vespa che gli dà corda per solidarietà generazionale, lo avremmo perso di vista anche in tv.L’ultima poltrona risale al 2007, quando ebbe la segreteria Ds per traghettare il partito nel nascente Pd. Il testimone è poi passato a Veltroni, dopo è arrivato Franceschini e ora c’è Bersani. Piero ha assistito al carosello strabuzzando i miti occhi ipertiroidei senza neanche tentare di inserirsi nei giochi. Il suo solo scatto vitale è stato un passo falso: nelle primarie 2009, tra il muffoso Franceschini e il gaudente Bersani, ha appoggiato il primo che poi ha perso. Così ora, i suoi rapporti col capo sono ai minimi termini. La mancanza di sintonia col leader è una novità nel curriculum fassiniano. Piero si è sempre schierato col capataz di turno finché era in sella. Per poi abbandonarlo appena disarcionato e allinearsi all’istante col successore.

Memorabile l’episodio del 1994, dopo il trionfo del Berlusca su Achille Occhetto. Piero era da anni il liberto di Achille. Dopo la batosta, Occhetto si dimise per decenza. In lizza per sostituirlo, c’erano D’Alema e Veltroni.Ma il leader dimissionario, che detestava Max, incaricò Fassino di favorire Walter. Piero si inventò un curioso referendum a base di fax pro o contro i candidati per influenzare il voto. La falsa gara fu vinta da Veltroni. Ma le urne vere capovolsero il risultato e D’Alema fu eletto. Per Piero, che si era messo contro il vincitore, si profilava la cayenna. Invece, risolse tutto con un disinvolto salto della quaglia. Il dì appresso andò dal neosegretario e, come se fossero sempre stati in sintonia, disse: «E ora che ne facciamo di Occhetto? Ha la mania di persecuzione.

Bisognerà pensarci».Achille gli tolse il saluto, ma conquistò Max. Tanto che, quando salì a Palazzo Chigi cinque anni dopo, lo fece ministro del Commercio estero e poi Guardasigilli nel governo Amato (2000). Sulla targhetta fuori della porta si poteva leggere il nome intero: Piero Franco Rodolfo Fassino. Nato ad Avigliana, 35 chilometri da Torino, figlio unico, Piero è stato a scuola dai Gesuiti e si è laureato in Scienze politiche moltissimi anni dopo nel 1998, mentre era ministro. Nel Pci entrò nel 1968. Attivissimo, superzelante, insonne. Ipertiroideo, appunto. Gli si attribuisce anche una lusinghiera carriera di tombeur de femmes . Due mogli, (l’attuale, è l’onorevole pd, Anna Maria Serafini), una lunga liaison torinese, un infuocato amore con Carmen Llera, vedova Moravia. Fu lei, con l’autobiografico Diario del-l’Assenza , a spargere la fama di Fassino come inesausto galletto. Il libriccino è intriso di ginnastici amplessi della protagonista con un uomo misterioso.

Secondo i più, è il nostro Piero. Per altri, Gad Lerner. In attesa che si sciolga il busillis, entrambi sono circonfusi dell’invidiabile aureola. Pratico e molto piemontese, Grissino non è mai stato estremista. Si schierò subito contro il terrorismo e per il mercato. È molto più il tipo che si entusiasma al telefono col presidente Unipol, Consorte: «Abbiamo una banca?», che un populista alla Vendola. Una sola volta perse la testa, quando nel 1980 ci fu l’occupazione della Fiat. Preso da scalmana, spinse il segretario Enrico Berlinguer a tenere un comizio incendiario al cancello di Mirafiori. L’iniziativa provocò la reazione dei quadri aziendali che, con la Marcia dei 40mila, decretarono la sconfitta della Triplice e del Pci. Piero mise parecchio per recuperare la fiducia del segretario. È forse ripensando all’episodio che Fassino ha preso di recente le parti di Marchionne contro la Fiom. Una carta in più se sarà sindaco. Grissino non è di quelli che se non insultano il Cav hanno il calo di zuccheri come Franceschini e Bersani. Ogni tanto gli dà dell’estremista o del clown, ma poi torna a casa e sta buono. È equilibrato.

Ha però lo stesso problema di D’Alema: teme la lotta. Ha una buona idea, tipo nel caso di Max- la riforma della giustizia? Appena sente il vento contrario gli viene una fifa blu e si accuccia. Negli anni Ottanta, Piero era un convinto nuclearista. A Torino riunì il partito per fargli approvare la costruzione della centrale di Trino Vercellese. Livia Turco si oppose facendo la solita ecologista delle balle e, messa in minoranza, pianse. «Sciogliamo la riunione e lasciamo che la Turco pianga» disse Fassino, come gelido suggello alla sua vittoria. Poco dopo però, ci fu Cernobyl. Il giorno dopo, Grissino organizzò una marcia di protesta a Trino per chiedere la chiusura immediata degli impianti da lui appoggiati. Inutile scomodare doppiezze togliattiane, opportunismi, pusillanimità per spiegare una simile figura. Da spararsi. Piero non lo ha fatto e ci è toccato parlarne.