Fassino sotterra la Quercia ma non D'Alema e Veltroni. E' già resa dei conti

Il leader ds lancia il Partito democratico, però i due big lo stringono già a tenaglia. E la paltea incorona la Finocchiaro. <strong><a href="/a.pic1?ID=172209">Il Cavaliere ospite d'onore: &quot;Ora ammettano gli errori&quot;</a></strong>

Firenze - Quale sia il vero clima che si respira dietro le quinte dell’evento, nella giornata di apertura del quarto e ultimo congresso della Quercia in via di scioglimento nel Partito democratico, Piero Fassino lo capisce fin dalle prime battute. Quando i dirigenti dei Ds vengono chiamati uno dopo l’altro alla presidenza, e a sorpresa l’applauso più scrosciante lo prende Anna Finocchiaro, presidente del gruppo dell’Ulivo al Senato. Nei corridoi i fassiniani ringhiano: «Avete visto come ha fatto partire la claque?». Chi sia il capoclaque non serve nemmeno chiederlo: è appunto D’Alema, i cui fedeli da tempo fanno girare il nome della capogruppo come asso nella manica per la leadership futura del Pd.
Sta di fatto che dalle file dalemiane il segnale parte forte e chiaro, e anima conciliaboli e capannelli più della scissione ormai scontata di Fabio Mussi e del Correntone, e quanto l’endorsement del direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli, che ieri - senza farne il nome - ha evocato Walter Veltroni come unico possibile leader «carismatico» del Pd, tirandogli al contempo la giacchetta perché si decida a farsi avanti e a candidarsi finalmente in modo esplicito. Una sollecitazione che di sicuro non avrà fatto piacere né a Romano Prodi, né a D’Alema, ma tant’è. Sta di fatto, comunque, che dietro la facciata delle assise si sta consumando (e l’ovazione alla Finocchiaro ne è solo il segnale più esplicito) una dura resa dei conti tra il segretario e il presidente (che non si ricandiderà alla carica), la rottura di una diarchia che dura dal 2001 e che per sei anni ha retto nel bene e nel male le sorti della Quercia. Un’aspra guerra per il potere dentro l’attuale apparato e quello prossimo, sulla quale D’Alema e Veltroni hanno siglato la propria intesa per tagliare le unghie a un Fassino che per anni, come ricorda spesso lui, ha «tirato la carretta» di un partito ereditato (da D’Alema e Veltroni) quando era alla canna del gas, e che il segretario ha rianimato con calvinista dedizione.
Il timore è che l’accordo siglato tra Fassino e Rutelli sulle regole per decidere gli organigrammi futuri del Pd serva soprattutto a garantire posizioni di forza ai due segretari che guidano lo scioglimento dei rispettivi partiti, dunque si cerca di farlo saltare. Da parte sua, Fassino ha inserito nella sua relazione più di un segnale di appeasement interno. «Chiederò alle più autorevoli personalità del partito, a cominciare da Massimo D’Alema, di essere al mio fianco nei prossimi mesi: saranno cruciali», ha detto tra l’altro. Quella di ieri era l’ultima relazione da segretario dei Ds, per Fassino, e l’emozione era palpabile, la voce incrinata alla fine delle 54 cartelle. Per dire che il partito democratico «è una necessità storica», e non «un’esigenza di ceto politico per Ds e Margherita»; che sarà «un partito per le libertà e per una società aperta che promuova l’iniziativa individuale e l’innovazione», «laico» ma «attento al contributo delle fedi religiose». Un soggetto politico fatto di «credenti e non credenti», che «abbatta definitivamente storici steccati», quelli che separavano Dc e Pci (ma questo non lo dice, Fassino).
Quanto alla vexata quaestio della leadership, Fassino non si sbilancia, evoca le primarie (la scelta dovrà «essere affidata al voto individuale e segreto» dei militanti). E lascia intendere che comunque lui potrebbe essere della partita. La collocazione europea rimane nel vago, anche se Fassino ribadisce l’ancoraggio al Pse: «È del tutto naturale la collocazione nel Pse e gli amici della Margherita ne sono consapevoli». Ai prossimi esuli del Correntone, rivolge un estremo appello (subito respinto al mittente) affinché «prevalgano unità e coesione», perché «il partito democratico non rappresenta davvero la fine della nostra storia: noi non arrotoliamo le nostre bandiere». La traversata è quasi al capolinea, l’addio alla Quercia è quasi ormai senza lacrime, i sondaggi non promettono nulla di buono «ma i voti veri sono un’altra cosa, vedrete», assicura il presidente della Liguria Claudio Burlando. E per la classe dirigente del Pci-Pds-Ds si tratta davvero dell’ultima spiaggia: «Se questa non va bene, non so a cosa potremo più attaccarci», commenta la governatrice dell’Umbria Rita Lorenzetti.