Fassino vede un altro scandalo: "Impiccato al nulla per 2 anni"

Rabbia e sconforto tra i Ds. Calvi: "Circo mediatico illegale, la Procura di Milano intervenga". Oggi vertice su come limitare i danni

Roma - A fermarle ci hanno provato, anche se ora i Ds assicurano di non averci sperato. «Eravamo consapevoli che sarebbe uscito tutto», assicura un dirigente fassiniano.
E però nei giorni scorsi il fantasma di quelle intercettazioni in procinto di trapelare ha avvelenato l’aria al Botteghino e messo in circolo veleni dentro la coalizione. Per evitarne l’impatto mediatico, dopo che il gip Forleo aveva rimosso il segreto, sono stati sollecitati a muoversi i presidenti delle Camere e il guardasigilli Clemente Mastella. Non è servito.

«Manovra scandalistica» accusa Piero Fassino in serata. «Da due anni sono impiccato dal Giornale su una vicenda ridicola. Le mie telefonate con Consorte hanno avuto soltanto carattere informativo. Ora si sta cercando quello che non c’è».
«È in atto un’offensiva per screditarci e indebolirci», era il refrain ds, e i sospetti confessati a mezza bocca non risparmiavano gli alleati, dalla silenziosa Margherita che negava solidarietà sul caso Visco, fino al vertice di Palazzo Chigi. Il senatore Nicola Latorre, braccio destro dalemiano e protagonista dei fitti scambi telefonici sulla scalata Unipol, il 5 giugno assicurava che le intercettazioni «non solo non saranno rese pubbliche, ma non essendo penalmente rilevanti non ci sarà motivo per conoscerle». Non è andata così, il vaso di Pandora si è aperto. E a dimostrare che arginarne gli effetti non sarà facile, basta una lettura in controluce della dichiarazione di solidarietà arrivata dal Campidoglio: «Conosco da una vita Fassino e D’Alema - dice Walter Veltroni - e sono sicuro che questi attacchi non riusciranno a scalfire la stima e l’apprezzamento di cui godono da sempre». Parole piene di calore, senza dubbio, che però lasciano intendere che la «scalfittura» rischia di esserci, e assai profonda.

«I vertici ds subiscono un appannamento di immagine drammatico», nota l’ex Peppino Caldarola. «E a questo punto i concorrenti per la leadership estranei a questa vicenda si sentiranno più liberi di giocare la propria partita e di farsi avanti, a cominciare da Walter». Certo, dice il parlamentare, «non c’è nulla di penale in quelle telefonate, il problema però è che ci avevano presentato le cose come un semplice eccesso di tifoseria per le amiche Coop, e invece quel che ne esce è un coinvolgimento passo dopo passo nella vicenda e con tutti i suoi attori, Ricucci compreso, che chiede la tessera ds a Latorre... ».
Oggi Fassino riunisce la presidenza del partito per fare il punto sui ballottaggi, certo, ma anche per capire come gestire la vicenda. Ieri la Quercia ha vissuto ore di puro terrore: «Se avessimo perso la provincia di Genova, il combinato disposto tra quella sconfitta simbolica e la pubblicazione delle telefonate sarebbe stata esplosiva, per noi e per la maggioranza», confida un fassiniano. Nel primo pomeriggio, mentre già le agenzie battevano un fiume di trascrizioni imbarazzanti, si è tirato un mezzo sospiro di sollievo. Non che il risultato elettorale complessivo sia confortante, ma il tonfo peggiore è stato evitato, sia pure per un pelo, e ora «diventa più facile cercare di circoscrivere l’effetto di quelle telefonate».

La voce ufficiale del partito è quella dell’avvocato e senatore Calvi, che condanna il «circo mediatico illegale che travolge il nostro sistema di garanzie», e attacca «l’intempestività» delle decisioni della Forleo, chiedendo alla Procura di Milano di intervenire a fermare lo «scempio». Per una volta, i magistrati sono nella trincea opposta. Fassino confida di «aver visto giorni peggiori», come quello in cui due anni fa uscì a sorpresa la sua telefonata con Consorte, quella dell’ «abbiamo una banca». In fondo ora la valanga colpisce soprattutto D’Alema, i cui interventi nella vicenda sono per la prima volta resi pubblici, e Fassino appare come assai meno addentro, ansioso di conoscerne i dettagli ma tenuto alla larga dal cuore della battaglia. E gli uomini vicini al segretario della Quercia confidano che lui in fondo, a questo punto, preferisce che il suo ruolo appaia chiaramente come più marginale. Anche se non nasconde la profonda amarezza verso chi, come Latorre, «ha avuto tutto, perché l’ho messo in segreteria e gli ho garantito l’elezione a senatore», e lo ripagava nelle telefonate con Consorte dandogli del «deficiente» che si impicciava troppo.