Fassino vuol cambiare la squadra di Prodi

Il segretario Ds cerca di ritagliarsi un posto con il nuovo assetto. E
Palazzo Chigi prende tempo: eventuali svolte dopo la Finanziaria. Alla chiusura del festival dell’Unità va all’attacco: "Siamo disposti a
fare di tutto per arrivare a fine legislatura, ma qualche
riorganizzazione sarebbe utile". Il leader della Quercia boccia la "staticità delle alleanze" e aggiunge: "Sono per aprire il dialogo con la Lega e l’Udc; modificare lo scenario è possibile"

Roma - Sarà che la sindrome del «vaffa» ha contagiato l’Unione, nella quale di solito si limitavano a mandarsi «a quel paese». Sarà, come si dice in giro, che il segretario-traghettatore (più corretto sarebbe «abbattitore») della Quercia, Piero Fassino, è l’unico politico che si sente con il destino sospeso. Anzi, volendo usare il termine di moda usato nelle sue confidenze, «l’unico del Pd con il c. scoperto». Sarà, infine, che le dinamiche del Palazzo assediato stanno ormai esplodendo in un confuso «tutti contro tutti», con il Pd sarkosiano che precipita verso destra.

Fatto sta che ieri notte, chiudendo a Venezia il Festival dell’Unità, Fassino ha dato un nuovo scossone a Prodi e al Pd, facendo sapere che lui con il cerino in mano non ci resta. Il primo messaggio è indirizzato al premier che aveva fatto trapelare la tentazione di un «rimpasto» di ministri e il succo è semplice: non ti scordar di me. Rilancia Fassino: «Siamo disposti a fare di tutto perché questo governo arrivi alla fine della legislatura. Ma una qualche forma di riorganizzazione, di riassestamento della squadra di governo sarebbe utile per un rilancio della sua azione... Mi rendo conto che quando una maggioranza è fatta di 14 partiti in Parlamento e 11 partiti nell’esecutivo, queste operazioni non sono semplici: si può partire con le migliori intenzioni, ma poi l’effetto potrebbe essere lontano dalle intenzioni che ci si è imposti...». Per questo, avverte Fassino pensando allo scranno, bisogna affidarsi «in modo assoluto a una valutazione e a una scelta del presidente del Consiglio».

Molto più preoccupante per il governo, però, è il quadro delle alleanze tracciato da un Fassino desideroso di dimostrare che sa essere persino più spregiudicato di Rutelli. Non bastasse il solito «furto» di temi al centrodestra (tasse, sicurezza eccetera), il fu-leader della Quercia propone ufficialmente un «allargamento». «Il tema va affrontato in modo diverso da come è stato fatto in questi giorni - consiglia Fassino -. Un centrosinistra che voglia continuare a governare e vincere la prossima volta si deve porre il problema di quale schieramento costruire per avere un consenso più largo. Un sistema di alleanze duraturo...». Prezioso è il ragionamento fassiniano, la cui portata è sintetizzabile nel sillogismo conclusivo: visto che le regioni nelle quali l’Unione non batte chiodo sono Lombardia, Veneto e Sicilia, occorrerà allearsi con i partiti forti o abbastanza forti in quelle regioni, ovvero Lega e Udc. Fassino dice no alla «staticità delle alleanze», perché «devo essere libero di costruirmi alleanze diverse: sono per aprire un dialogo con altre forze, la Lega là dove sia possibile e l’Udc. Anche perché sono in corso processi nel centrodestra che possono anche cambiare radicalmente lo scenario politico...». E cita una futuribile Csu lombarda creata dal governatore Formigoni per dare peso alla brillante intuizione di alleanze regionali «a uso e consumo» unionista, che farebbero comodo pure a Giordano e Diliberto.

Inevitabile lo sconcerto e l’imbarazzo provocato dalla discesa in campo del politologo del Botteghino. Anche se il tam-tam tra leader ha cercato di non dare eccessivo peso alle sue dichiarazioni, Palazzo Chigi ha dovuto far filtrare una nota dal tono piuttosto stupito e gelido, nella quale si rimanda «a dopo la Finanziaria il tema della ristrutturazione del governo», consapevoli però che l’«azione di governo è da continuare non da rilanciare». Sulle alleanze, il comunicato è ancora più laconico: «Ogni idea positiva può essere valutata con attenzione». Sullo «snellimento dei ministri» si dicono d’accordo il rifondatore Russo Spena e Titti Di Salvo (Sd), che boccia però «alleanze di nuovo conio». Il verde Angelo Bonelli consiglia invece al segretario ds di smetterla di «giocare al Monopoli, perché la politica non è acquisire pezzi». Dal Pd arriva l’imbarazzato «prudenza, prudenza, prudenza» di Antonello Soro e l’anelito espresso da Rosy Bindi per un Pd «vincente ovunque senza bisogno di alleanze regionali asimmetriche». Sarcastico il commento di Cesare Salvi, «sconcertato per il repentino capovolgimento del giudizio sulla Lega, che qualche giorno fa Fassino e Rutelli chiedevano a Berlusconi di escludere dal centrodestra». Segno, dice Salvi, che il Pd «è sempre più scoppiettante e sbalorditivo». Forse davvero troppo.