«Fast & Furious», perché la quarta corsa conquista il mondo

Sgommate mirabolanti, navigatori impazziti, turbine deflagranti, auto perlopiù anni Settanta, ma su motori potenziati, dai nomi esotici: Camaro, Mustang, Roadrunner, Chevelle, Charger... C’è poco da storcere il naso. Nel suo genere Fast & Furious. Solo parti originali, quarto della serie, è una macchina spettacolare che tiene bene la strada. Roba tosta, adrenalinica, romantica. Gli adolescenti fanno la fila, rombando al botteghino, anche i più grandicelli apprezzano.
Uscito in Italia il 17 aprile, ha totalizzato nel primo week-end 4 milioni di euro, con una media a copia di 9.300 euro. Dopo dieci giorni è a un passo dai 7 milioni. E pensare che il primo della serie, otto anni fa, si fermò a meno di 2. Nel mondo, in neanche un mese, il quarto episodio ha incassato finora 315 milioni di dollari; negli Stati Uniti, dove gioca in casa, con 145 milioni di dollari ha già battuto i tre precedenti.
Accusata al suo apparire d’essere antieducativa, cioè di mitizzare le corse clandestine spingendo i giovani a imitare le spacconate al volante, la serie ha retto bene all’usura del tempo. Oggi una scritta sui titoli di coda raccomanda ai ragazzi di guidare con calma, perché tutto quello che si vede è realizzato a strade chiuse, usando piloti professionisti. Magari sarà anche per questo che gli autori, nel corso del tempo, hanno modificato l’impianto avventuroso, trasformando il «maverick» Dominic Toretto, incarnato con rocciosa grinta da un Vin Diesel sempre in canottiera, in un eroe solitario, anche un po’ crepuscolare, capace di qualche tenerezza amorosa, sia pure pronto a menare le mani se gli rompono i pistoni.
Chi ha visto quest’ultimo Fast & Furious sa di cosa stiamo parlando. Nell’incipit da brivido Toretto e l’amata Letty, cioè Michelle Rodriguez, per rifornirsi di benzina danno l’assalto in corsa a un’autocisterna su una strada di montagna nella Repubblica Domenicana. Ma lui ha già deciso di chiudere con quella vita. Basta auto veloci. Finché una notizia tragica non lo rimette al volante. C’è da trovare un killer, a cavallo di una Gran Torino (come quella di Eastwood), che lavora per un bieco trafficante di droga. L’unico che può dare una mano è l’ex nemico poliziotto Brian O’Conner, cioè Paul Walker, drago del volante pure lui: insieme a Toretto si fanno assumere per trasportare la merce scottante attraverso i tunnel che uniscono il Messico alla California. Saranno mazzate, con un finale ironico, per la serie «l’amicizia vince su tutto», che prepara il quinto episodio, forse ambientato in Brasile.
Naturalmente, l’artigianale e irriducibile «truccamotori» sfotticchiato da Giorgio Gaber negli anni Sessanta («Lima testata e collettori / cambia marmitta e carburatori, / così vedrai, con poca spesa, / il tuo motore ha un’altra resa») fa la figura del dilettante in confronto agli odierni eroi dell’asfalto americano. Al pari del Valerio Mastandrea di Velocità massima, il bel film di Daniele Vicari sulle gare clandestine all’Eur in concorso a Venezia 2002. Potenziate con iniezioni esplosive di protossido d’azoto, le auto fiammeggianti di Fast & Furious sono missili lanciati nel cuore della notte californiana. Poi certo: da un lato si reclamizza il nichilismo di questi moderni guerrieri sulle quattro ruote («Vivo la vita un quarto di miglio alla volta. Per quei dieci secondi sono libero», dice uno), dall’altro, temendo che lo spettacolone contagi la mente di qualche imbecille in vena di bravate, ci si cautela moralmente.
Ormai trasformatosi in saga redditizia (solo il terzo capitolo, Tokyo Drift, zoppicò in patria), Fast & Furious sfodera un mix eccitante di sesso, gang, velocità e lubrificanti, all’insegna della solidarietà maschile ma abile nel valorizzare la sensibilità femminile, che va dritto al cuore delle platee giovanili. Cinema di puro consumo? Sì, pure fracassone e feticista, ma fatto come Dio comanda.