La fatica dell’America

Le pizze erano state consegnate fredde nella lunga notte insonne del Senato di Washington. Ma alla fine, il mattino dopo, s’erano raffreddate anche le emozioni pur su un tema emotivo come la guerra in Irak. Le brandine allestite negli austeri saloni di rappresentanza per i senatori sfibrati dalla maratona son rimaste vuote e, alla fine, s’è rivelato vuoto anche il dibattito che le aveva richieste.
Una volta di più i democratici non ce l’hanno fatta a liquidare con una spiccia ghigliottina legislativa una guerra che per l’America dura già più della seconda guerra mondiale. Ed è politicamente ingarbugliata almeno quanto lo è sul piano militare e certamente molto di più di quanto non apparisse all’inizio. Ma le semplificazioni forzate non reggono, neanche quando tentano, invece del governo, l’opposizione. Alla fine la conta dei voti è stata la solita, anzi un tantino più mediocre per gli autori della risoluzione e, in sostanza, di uno spettacolo rivolto soprattutto al pubblico lontano, agli elettori del 2008.
Il documento ha raccolto 52 voti, in 47 hanno detto no, siamo molto lontani dalle maggioranze «qualificate» richieste: 60 per stroncare le tattiche ostruzionistiche dei repubblicani, addirittura 67 per sormontare lo scontato veto della Casa Bianca, solo 4 repubblicani si sono uniti all’opposizione mentre l’indipendente Lieberman, che «fa gruppo» con i democratici ma è un sostenitore della guerra, è rimasto anche stavolta, sull’argomento, coi repubblicani. E sono rientrati nei ranghi i critici più autorevoli (anche se non molto ascoltati) all’interno del partito di Bush: i Lugar, e i Warner, che disapprovano quasi tutto di come il conflitto viene condotto ma non se la sono sentita di sottoscrivere una mozione che se approvata avrebbe obbligato il presidente (che è anche il comandante in capo delle forze armate) a ritirarle dai fronti di combattimento entro l’aprile prossimo, qualunque cosa accada, o non accada, nel frattempo in Irak.
Una volta di più s’è visto che mentre i repubblicani hanno le proposte ma non riescono a farle funzionare, i democratici non riescono a produrre neppure quelle. Avevano respinto infatti (contemporaneamente alla Casa Bianca ma per opposti motivi) documenti ben più articolati presentati dai «moderati» di entrambi i partiti. Per esempio quello di Warner e Lugar, di tradurre in legge le raccomandazioni del Gruppo di studio bipartitico presieduto dall’ex segretario di Stato repubblicano James Baker; oppure di sottoporre di nuovo al Congresso l’autorizzazione a Bush votata a larghissima maggioranza nel 2003 che gli consentì di intraprendere l’azione militare; oppure ancora un testo che obbligherebbe il presidente a proporre una nuova e coerente strategia.
Gli oppositori radicali avevano paragonato questi documenti a «cani sdentati». Hanno preferito un cane che abbaia e basta. Nel gergo, questo è il punto, della campagna elettorale. Hanno tentato la carta della mobilitazione dell’opinione pubblica, della sua «sensibilizzazione»: la drammatica seduta a oltranza, uno stato di emergenza psicologica dentro e fuori la grande cupola del Campidoglio di Washington, le provviste da rifugio antiaereo per i senatori e, all’aperto, un’«armata della notte», le chitarre e gli slogan del movimento pacifista. Ma le armate non si sono viste o erano ridotte a manipoli.
Il pubblico americano «sente la fatica della guerra» (definizione di George Bush), desidera concluderla al più presto possibile, lo chiede il 70% degli elettori. È disposto perfino, a differenza del presidente, ad ammettere che la Superpotenza è sconfitta. Però, quando si scende alle proposte concrete, alla ricerca dei modi, ben pochi, al di fuori di un «nocciolo duro» di pacifisti integralisti, riesce a scaldarsi per iniziative così vaghe e vuote.
«Mentre siamo qui a discutere i soldati americani continuano a morire in Irak», ha detto un sostenitore del documento. Ma avrebbe potuto dirlo un senatore ad esso contrario. Senza idee, senza suggerimenti pratici è impossibile «mobilitare» anche gli americani stanchi che vorrebbero potersi permettere una smobilitazione.
Alberto Pasolini Zanelli