La fatica dell’uomo diventa pittura

I costruttori. Quelli che lavorano la terra, quelli che scavano, formano catene di montaggio, lavano cumuli di biancheria, attendono nella notte e nella pioggia, vanno in mare aperto, trascinano blocchi di cemento, emigrano, protestano, muoiono. E costruiscono, sempre. Anche il loro corpo, scolpito dalla fatica, appesantito dagli anni, dimagrito dalla miseria, fiero, rassegnato, giovane, stanco, mai solo.
A dare il titolo alla mostra «I costruttori. Il corpo del lavoro in cento anni di arte italiana» al Castel Sismondo di Rimini (e poi a Palermo fino ad agosto), è lo splendido bronzo di Arturo Dazzi, creato nel 1906, dove la fisicità degli operai è forte, espressa in un gioco di equilibri e tensioni muscolari che evidenziano lo sforzo comune. È un percorso che attraversa un secolo e mette al centro le membra dei lavoratori, protagonisti dei campi, delle fabbriche. Contadini invasi di luce al tramonto, simili ad anime dannate, dipinti da Giuseppe Cominetti, contadini al sole in «pausa pranzo» bloccati nel riposo dai colori accesi di Felice Carena e dalla compostezza classica di Ardengo Soffici che mette sulla tela una coppia, marito che vanga e moglie ieratica con fiasco in grembo e cibo avvolto in un tovagliolo bianco. La fatica e il ristoro. E poi il silenzio, la forza rassegnata di chi conosce l’imprevedibilità della natura nella Grandine sul raccolto (1928) di Franco Girosi. Un uomo e una donna visti di spalle, sull’uscio di casa a guardare il cielo che distrugge. E un vecchio, seduto a destra, che non guarda l’esterno ma ascolta il rumore.
Lavoro agricolo e industria si incontrano nelle tinte livide del Lampo di Anselmo Bucci, ma i campi tornano trionfanti nella Siccità (1936) di Fausto Pirandello che scrive: «Vorrei raggiungere il senso popolaresco che hanno certe figure del purgatorio tra le fiamme». E ci riesce, solo che le fiamme sono pannocchie arse. La pazienza è resa da Cagnaccio di San Pietro che dipinge i suoi genitori nelle Lacrime della cipolla, senso di quiete mentre lei sbuccia e lui guarda. Pace nella Sera sull’Arno di Baccio Maria Bacci con la sua lavandaia, figura scura, centrale, concreta, circondata dalla leggerezza atmosferica del lungo fiume. La fabbrica è presente nelle Acciaierie di Terni di Renato Guttuso, che crea mani nere e catene e claustrofobici ingranaggi, citati da Emilio Vedova nel suo Interno di fabbrica. È presente nei volti straniati degli Operai di Milano di Ampelio Tettamanti, nei corpi, piegati dal peso, degli Scaricatori di carbone di Mario Mafai che combatte il grigiore reale violentando la vista con i gialli, i verdi, i blu.
Cento anni di storia dell’arte sociale testimoniati dagli occhi chiusi di Maria Margotti, mondina di trent’anni uccisa durante le lotte dei braccianti il 17 maggio 1949 (e consegnata alla memoria dal tratto scuro di Gabriele Mucchi), dalle braccia robuste del boscaiolo di Guttuso, dalla magrezza del suo Zolfatorello ferito, a cui si possono contare le vertebre.
Mario Sironi, Titina Maselli, Zigaina, Alberto Sughi, lunga camminata fino ad arrivare agli Attrezzi agricoli riprodotti nel 1968 da Pino Pascali, al Viaggio (1998) di Dino Scardoni, foto di emigranti e valigie di cartone, alla Sindone dell’operaio (2001) di Alessandro Di Giambattista, sudario fatto da lenzuola scartate da ospedali, dove sudore e sangue sono sostituiti da grasso industriale usato nelle fabbriche.