Le fatiche della Melandri costretta per un mese a gridare «Forza Italia»

La «fatina azzurra» dello sport italiano incollata ai calciatori fin negli spogliatoi. E per avere Cannavaro, la Iervolino la usa come procuratore

Stefano Filippi

I suoi raffinati tailleur dai colori tenui sono l’opposto delle rudi mimetiche militari, ma siccome l’abito non fa il monaco ecco il ministro Giovanna Melandri versione «embedded»: invece di aggregarsi all’esercito Usa in Irak come fece Monica Maggioni, il ministro dello Sport si è incollata all’esultante truppa pedatoria. Ha guadagnato come Totti il centro dello schieramento, ha lottato come Gattuso per tenere le posizioni e infine ha alzato la coppa come Cannavaro, esultante davanti a flash e telecamere. Ha giocato a tutto campo: in allenamento, in tribuna, negli spogliatoi, al balcone di Palazzo Chigi, sul pullman scoperto che portava in trionfo i calciatori azzurri. Ha cantato l’inno e si è annodata al collo un piccolo tricolore, come i foulard di Irene Pivetti. Baci, abbracci, urla, salti. La prima «groupie» dei campioni del mondo.
Al ritorno da Berlino, Giovanna Melandri ha fatto sapere che l’appoggio del governo alla nazionale non era mancato mai. Per la verità, è stato un sostegno a ondate. Il ministro diessino si era precipitata a Coverciano in pieno ritiro azzurro il 30 maggio, una settimana dopo il voto di fiducia della Camera. Doveva essere un saluto veloce, ma il ct Marcello Lippi, da vero galantuomo, interruppe l’allenamento per omaggiare l’ospite. Poi black-out fino al debutto con il Ghana: nei giorni delle polemiche sui deferimenti, non una parola se non per precisare che la partita sportiva e quella giudiziaria si giocano su campi diversi.
Il 12 giugno il ministro è sugli spalti di Hannover per applaudire la prima vittoria dei nuovi eroi. Completo beige, maglietta turchese, sciarpa in tinta, applausi, ritorno immediato a Roma e secondo break: la fatina azzurra (definizione di Achille Totaro, An) salta le partite con gli Usa (lei che è nata a New York), con la Repubblica Ceca e perfino con l’Australia. Se Lippi intuisce proprio dopo gli ottavi che sarebbe arrivato in finale, anche la Melandri capisce che è il momento di rifarsi sotto.
Così, il 30 giugno vola ad Amburgo per il 3-0 dell’Italia sull’Ucraina accompagnata dal suo nuovo consulente Jury Chechi e da un bimbo e una bimba della scuola calcio federale dell’Acqua Acetosa. Scende festante per la prima volta negli spogliatoi e annuncia: «Il presidente Prodi verrà per vedere giocare questa nazionale». L’entusiasmo è travolgente, il 3 luglio agli incontri Cgil di Serravalle Pistoiese il ministro spiega l’importanza dell’imminente scontro con i tedeschi: «È un appuntamento storico, addirittura “Italia-Germania 4-3” è diventato il titolo di un film».
Il giorno dopo Giovanna Melandri è in tribuna a Dortmund tra il premier e Angela Merkel, lui che ascolta Mameli in silenzio, il cancelliere che si sgola intonando «Deutschland Deutschland über alles». Il successo liberatorio scioglie il ministro diessino: «Finalmente ho potuto gridare Forza Italia – confessa a Radio 105 – non ero per niente composta e per fortuna la telecamera non era su di me in quel momento. Mi arrabbiai moltissimo quando nacque il partito di Berlusconi perché sottrasse un diritto di tutti». Fassino invece insiste con «Viva l'Italia».
Il resto sono flash recentissimi: il volo a Berlino con il presidente della Repubblica, la vittoria al batticuore, lo scialle tricolore estratto dalla borsetta solo quando Grosso segna l’ultimo rigore, la corsa negli spogliatoi, spumante e crostata, Napolitano imperturbabile e Materazzi in mutande, i goliardi azzurri che scandiscono «Faccela vedè, faccela toccà», l’apoteosi romana di lunedì, il balcone di Palazzo Chigi e il balconcino sull’elegante completo grigioazzurro, la folla travolgente di piazza Colonna, i baci con Lippi e Cannavaro, il tour sul pullman scoperto, i titoli di tutti i tg a tutte le ore. Più che «embedded», Giovanna Melandri è un tutt’uno con la nazionale e le telecamere. Rosa Russo Iervolino la considera ormai un procuratore: per invitare Cannavaro a festeggiare in piazza del Plebiscito, il sindaco di Napoli ha telefonato al ministro, «che ha un contatto più facile con il calciatore, e le ho chiesto che gli domandi quando desidera venire». Il capitano azzurro non oserà dire di no.