FATIMA L’enigma del segreto dimezzato

Si cerca ancora la profezia apocalittica sulla crisi della fede e il futuro dell’umanità

Il Terzo segreto di Fatima è il mistero più affascinante del secolo scorso e secondo qualcuno continua a rimanere tale anche dopo la sua rivelazione, nonostante il Vaticano abbia dato alle stampe un fascicolo con tanto di testi originali, esegesi, dati e date.
Perché questi dubbi? Semplice. C’è chi crede che nel giugno 2000, quando la Santa Sede ha finalmente pubblicato la descrizione della visione di suor Lucia dos Santos, riguardante il «vescovo vestito di bianco» che «viene ucciso» insieme a tanti altri cristiani martirizzati, dai sacri palazzi vaticani non sia uscito tutto, ma soltanto una parte del testo. Il motivo di questa mancata rivelazione? Pubblicare il vero Terzo segreto, cioè le parole di commento con le quali la Madonna accompagnava la visione del Papa ammazzato, spiegandone il senso, sarebbe stato controproducente per la stessa Chiesa, in quanto quelle parole conterrebbero una profezia terrificante sulla perdita della fede e sul futuro dell’umanità.
Su questa polemica, che vede schierate da una parte le autorità vaticane, che ripetono di aver reso noto tutto e di non nascondere nulla nei loro archivi, e dall’altra gruppi tradizionalisti e fatimisti, i quali sostengono, invece, che la vera rivelazione è ancora avvolta dal mistero, interviene ora Antonio Socci, con un libro interamente dedicato all’argomento, Il quarto segreto di Fatima (Rizzoli, pagg. 252, euro 17). Nella sua indagine, Socci mette in fila, analizza e discute, uno dopo l’altro, tutti gli indizi che lasciano intravedere la possibilità che esista un testo non svelato.
Com’è noto, Giovanni Paolo II – in concomitanza con il suo viaggio a Fatima il 12 e 13 maggio 2000, per la beatificazione di Francesco e Giacinta Marto, due dei tre pastorelli veggenti – volle rivelare il Terzo segreto facendone preannunciare il suo contenuto all’allora Segretario di Stato Angelo Sodano. Il cardinale disse che nella visione di suor Lucia c’era un Papa che «cade a terra come morto», lasciando intendere che il segreto era legato all’attentato subito dallo stesso Wojtyla per mano di Agca il 13 maggio 1981. Quando, oltre un mese dopo, il testo verrà reso noto e commentato dall’allora cardinale Ratzinger, si scoprirà però che il «vescovo vestito di bianco» della visione non «cade come morto», ma muore. Certo, spiegherà Ratzinger, queste visioni non sono come dei film che preannunciano esattamente il futuro. E Giovanni Paolo II, attribuendo a se stesso il Terzo segreto, era convinto che grazie alla preghiera e alla penitenza quella profezia fosse stata in qualche modo attenuata, permettendogli di sopravvivere all’attentato.
Fin dalle prime settimane, tutti coloro che si aspettavano di trovare nel segreto parole sulla profonda crisi vissuta dalla Chiesa dopo il Concilio (come lasciava intendere una frase di suor Lucia, rimasta inspiegabilmente sospesa tra la seconda e la terza parte del suo testo: «In Portogallo si conserverà sempre il dogma della fede etc.»), o quelli che, sulla base delle tante indiscrezioni raccolte lungo cinquant’anni, attendevano previsioni catastrofiche e apocalittiche sul futuro dell’umanità, cominciarono a contestare la rivelazione vaticana. In questi sei anni sono usciti studi, saggi, libri, i cui autori si dicono convinti che negli archivi della Santa Sede ci sia dell’altro, qualcosa di non detto.
Antonio Socci è tra questi e la vera novità del suo libro è rappresentata da alcune puntuali annotazioni di monsignor Loris Capovilla, già segretario particolare di Giovanni XXIII, il primo Papa a leggere il Terzo segreto, che decise però di non rivelarlo. Nel fascicolo della Santa Sede, intitolato «Il Messaggio di Fatima», si afferma che Paolo VI chiese il testo del segreto al Sant’Uffizio e lo lesse il 27 marzo 1965, quasi tre anni dopo l’elezione. Dalla testimonianza di Capovilla, invece, risulta che Montini chiese proprio a lui, giovedì 27 giugno 1963 – dunque appena sei giorni dopo essere diventato Papa e ancora prima della solenne cerimonia d’incoronazione, avvenuta il 29 – dove fosse nascosto il Terzo segreto perché non lo trovava. Capovilla, che in quei giorni faceva ancora parte dell’Anticamera Pontificia, disse che il plico con il segreto «sta nel cassetto della scrivania detta Barbarigo in stanza da letto». Lì i collaboratori di Paolo VI lo recuperarono.
L’incongruenza tra la pubblicazione vaticana e le parole di Capovilla lascia intendere che in realtà possano esistere due testi: il primo era conservato nell’appartamento del Papa, il secondo negli archivi del Sant’Uffizio. Si tratterebbe, secondo un’ipotesi non provata, di due parti distinte del Terzo segreto (il quale è a sua volta soltanto la terza parte di un’unica rivelazione). Il testo conservato negli archivi conterrebbe soltanto la visione – cioè quella rivelata dal Vaticano nel 2000 – mentre il plico che stava nell’appartamento papale conserverebbe la spiegazione di quella visione, le parole di commento pronunciate dalla Madonna. E proprio in queste, secondo la tesi di Socci, vi sarebbe la profezia apocalittica sulla crisi della fede e sul futuro non roseo che attende l’umanità.
Certo, resta da spiegare perché mai Giovanni Paolo II avrebbe deciso di pubblicare solo una parte del Terzo mistero, invece di continuare a mantenere tutto ancora segreto. E non si può escludere che le incongruenze siano dovute all’esistenza non di due testi diversi ma di due copie distinte dello stesso segreto conservate in luoghi diversi. La conclusione di Socci è comunque affascinante, perché lo studioso ipotizza che il Vaticano abbia davvero rivelato tutto, ma senza pubblicarlo. La parte ancora segreta del Terzo segreto, secondo la sua ricostruzione, non sarebbe stata data alle stampe, ma Papa Wojtyla, nell’omelia della messa di beatificazione dei due pastorelli, il 13 maggio 2000, l’avrebbe in qualche modo rivelata citando un brano dell’Apocalisse: «Il messaggio di Fatima è un richiamo alla conversione, facendo appello all’umanità affinché non stia al gioco del “drago”, il quale con la “coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra” (Ap. 12, 4)».