Fatti, non Ambrogini

Visto che non lo fa nessuno, mi dichiaro tiepidamente lieto che la figura di Enzo Biagi non abbia ricevuto l’ennesimo Ambrogino d’oro milanese, e ho la scusa pronta: l’Ambrogino deve unire, e Biagi invece divide. Dunque egli non è «meritevole di un tributo capace di spezzare la rigidità degli schieramenti ideologici», come ha scritto un annoiato Pierluigi Battista sul Corriere della Sera, ma proprio il contrario: non essendo egli capace di spezzare la rigidità degli schieramenti ideologici, non è meritevole.

Ma queste sono scuse: Biagi non m’è mai piaciuto, punto, e io non conto nulla. E poi, in questo Paese, dividere è assolutamente un merito. Si potrebbe notare, a parte questo, che Biagi ha già preso un Ambrogino nel 1979, che avrà diritto all’illustrissimo Famedio, che avrà una via a lui titolata e che in definitiva non ha preso il secondo Ambrogino solo perché non ha raggiunto i quattro quinti dei voti: non pare una crociata. La crociata la fa, ancor oggi, chi lo strumentalizza per gettarlo ai piedi del nemico politico. Si rileggano, costoro, quanto Biagi scrisse nel suo ultimo libro del 2006 (pagina 221) dopo aver compreso che neppure la sinistra gli avrebbe restituito il suo programma, Il Fatto: «Se il mio nome, la mia faccia e i miei appelli funzionano per le campagne elettorali, non capisco come mai non vadano bene per un programma televisivo». Perché la campagna, ormai, l’avevano vinta.