Fattore flessibilità: unica via per l’occupazione

Vittorio Mathieu

C’è un lavoro a tempo determinato che farei volentieri, se solo ne fossi capace: l’allenatore di calcio. E non solo a tempo determinato, ma precario, estremamente precario: basta un insuccesso, e che il presidente si svegli di cattivo umore, per venire «sparati via» (fired dicono gli americani). Con una riserva, però: fino alla scadenza del contratto (nessun allenatore è assunto fino alla pensione) lo stipendio corre, anche se non si lavora. Gli studenti francesi sono scesi in piazza perché sanno che il loro lavoro, per bene che vada, non sarà di quel genere: solo in casi eccezionalissimi le loro prestazioni saranno paragonabili a quelle di un allenatore che, a volte, basta da solo a cambiar la faccia a una squadra. Si accontenterebbero, perciò, di un lavoro «sicuro», senza essere in grado di garantire a loro volta un rendimento che corrisponda alla sicurezza. E vorrebbero che tutto questo discendesse dall’alto, da una legge. Ma dall’alto è possibile fornire a tanti richiedenti, al più, un paracadute.
Scatenare disordini di piazza per ottenere un contratto (non solo per rinnovare un contratto scaduto) è un procedimento un po’ strano. Un contratto dovrebb’essere l’incontro spontaneo di due volontà, su una decisione che conviene ad entrambe; ottenuto con la violenza, sarebbe piuttosto un’estorsione. Ma l’equivoco viene di lontano, col concetto stesso di «contratto collettivo». Un contratto collettivo è pensabile se chi lo stipula ne ha ricevuto esplicito mandato, ma in materia di lavoro vigono da tempo contratti collettivi validi erga omnes, anche per chi non abbia mai dato a nessuno l’incarico di rappresentarlo.
I sindacati hanno una ragione. I datori di lavoro hanno in genere una forza di contrattazione molto superiore a quella dei prestatori d’opera, perciò costoro si associano, in modo da ottenere un risultato accettabile. Per questo, però, occorre che il risultato sia vantaggioso per entrambe le parti, e non sia reso impossibile dal modo stesso in cui le richieste sono presentate. La richiesta degli studenti è di non essere licenziati, una volta assunti, se non per una «giusta causa», cioè una causa prevista esplicitamente dalla legge. Ma, se un imprenditore sa di non poter licenziare - ad esempio, nel caso che gli affari vadano male e si debba ridimensionare l’azienda - sarà molto cauto nell’assumere, perché rischierà di fallire. Rinuncerà, piuttosto, a nuovi lavori che rendano solo temporaneamente. D’altro canto il lavoratore, se non sa che l’impiego è sicuro anche se lavora poco e male, può darsi che si lasci vincere dalla pigrizia. L’espansione, perciò, è legata alla flessibilità. Ma questo termine ha assunto una connotazione stranamente negativa alle orecchie di molte organizzazioni sindacali, e ancor più di molti studenti francesi. Si vorrebbe una legge che renda il mercato del lavoro rigido: e la rigidità va contro la convivenza di tutti, perché impedisce l’espansione; anzi, dà luogo a una contrazione crescente, che col tempo rende tutti più poveri, indebolendo un mercato che invano si vorrebbe sottrarre alla «globalizzazione».
In Italia è stata positiva, per questo, la legge Biagi, contro cui si sono scagliati i violenti e continuano a scagliarsi i fautori più retrivi dell’immobilità. Chiedono non di migliorarla, ma di abolirla: di estendere il vecchio «articolo 18» alle aziende anche di minime dimensioni. Costoro usurpano il nome di «progressisti», mentre sono i fautori della più distruttiva delle conservazioni.