Il fattore Islam sarà logorante per il Professore

Gianni Baget Bozzo

Pier Ferdinando Casini afferma che nella Casa delle libertà ci fu qualcuno che voleva dare al governo Prodi una spallata. Certamente questi è Berlusconi, che ha sostenuto la riconta dei voti, visto lo scarto limitatissimo tra i due schieramenti.
Ricontare i voti in queste circostanze sarebbe più che legittimo. Ne abbiamo avuto un esempio in Messico, dove le elezioni politiche hanno prodotto un bipolarismo perfetto, la destra di Felipe Calderón e la sinistra di Manuel Lopez Obrador, al posto del lungo dominio del partito repubblicano istituzionale. Ma qui i voti sono stati ricontati e hanno confermato la vittoria del candidato di destra. Ricontare i voti dovrebbe essere una possibilità aperta nella democrazia italiana, dove scelte fondamentali, come quella tra monarchia e repubblica nel ’46 e quella sul premio di maggioranza ai partiti di centro, nel giugno del ’53, portarono con sé il dubbio che i voti, specialmente le schede bianche, fossero stati manipolati.
Questa possibilità è dovuta al fatto dell’esistenza di un partito comunista fortemente organizzato e ben deciso a far valere il suo punto di vista negli scrutini dove, la sua organizzazione, gli permette di essere sicuramente presente. E nella sinistra vi è la convinzione, ereditata dal Pci, che il voto a sinistra sia democratico due volte. La Dc era rappresentata nei seggi elettorali da scrutatori e rappresentanti di lista. Nessun partito del centrodestra dispone di una organizzazione politica ramificata. Quella della Dc era fondata sull’uso sistematico delle parrocchie e oggi i cattolici non hanno più disciplina politica. La riconta dei voti sarebbe perciò una istituzione necessaria quando i margini di vittoria sono così tenui come nelle lezioni dell’aprile 2006.
Ma, tuttavia, l’alleanza di sinistra che ha vinto le elezioni ha in sé una debolezza interna, non ha compreso che l’evento fondamentale è l’emersione di una cultura islamica di guerra alla Cristianità e all’Occidente, che ripropone termini antichi di lotta, ben conosciuti in una dimenticata storia d’Italia. Il colonialismo aveva rovesciato i rapporti di forza, ora è finito: ed emerge una cultura di lotta all’Occidente e al Cristianesimo in una comunità umana che va dal Marocco all’Indonesia. Mentre il governo affronta il problema su come far votare la presenza delle truppe italiane in Afghanistan anche ai pacifisti estremi dei partiti “antagonisti”, scoppia la guerra tra Israele e Libano, motivata dagli attacchi missilistici degli Hezbollah a Israele e dalla presa del controllo del Libano, isolato dalla comunità mondiale, da parte di Israele. Per la prima volta, in un conflitto tra un Paese arabo e Israele, compare la figura di una potenza musulmana, ma non araba, l’Iran.
L’alleanza che ha costruito l’Unione non ha considerato che il fatto islamico diveniva la componente fondamentale della politica mondiale, specie nel Mediterraneo, e ha scelto una concezione neutralista dell’Italia, fondata sull’articolo 11 della Costituzione. Questa è una vera spallata per il governo Prodi: Parisi è stato bravo a costruire attorno a Prodi l’alleanza ulivista di postdemocristiani e postcomunisti e la sinistra antagonista, frammentata ma decisa.
Ma l’aggravarsi delle questioni sorte attorno alla questione musulmana logora una alleanza che può avere come senso solo l’Italia neutrale. Il neutralismo è l’ideologia del governo Prodi, vive dell’idea di fare dell’Italia una realtà singolare fuori dai confronti e dai conflitti reali. Vi sono molte forme che oppongono il fondamentalismo islamico all’Occidente e alla cultura mondiale e vi sono molti conflitti che ne nascono. Quello che si è aperto ora in Palestina e in Libano rende impossibile la neutralità. Pensare di affrontare la storia con il pacifismo di principio è una possibilità che non esiste nel reale.
bagetbozzo@ragionpolitica.it