Il «fattore P» rende i comunisti di ieri uguali a quelli di oggi

Ruggero Guarini

Con quanta ammirevole fermezza Stefania Craxi non cessa di opporsi alla brama che tanti suoi compagni di quello che lei stessa definisce «il modesto campo socialista», hanno di congiungersi a una sinistra marchiata dal predominio dei postcomunisti... E tenacemente continua a spiegare ai fautori di questa unione quanto sia risibile l’idea che proprio e solo questo sposalizio potrà assicurare la rinascita di un socialismo di stampo democratico e liberale.. E lucidamente dileggia il grottesco presupposto di questa (chiamiamola così) strategia dell’abbraccio con l’assassino...
Questo presupposto, ovviamente, è la comica idea secondo cui i poveri postcomunisti, privi ormai come sono di alibi e anche di idee, e per ciò stesso coscienti di non poter più sfuggire al confronto coi sopravvissuti alla grande mattanza antisocialista da loro fomentata e diretta non più di un decennio fa, non possono ormai fare altro, per dimostrarsi all’altezza della loro contrizione, che tentare di riscoprire, ovviamente andando a scuola da quei bravi socialisti che sono finora riusciti a sfuggire alla loro mannaia, il fascino del socialismo liberal-democratico.
Dalla passione (insieme politica, sentimentale e morale) con cui Stefania Craxi non cessa di gridare queste evidenze non è azzardato arguire che fra tutti gli esponenti del suo campo lei sia oggi la sola autentica erede del lascito umano e politico del suo grande padre. Ma alla lista dei motivi che lei cita per denunciare l’errore dei fautori dell’intesa coi postcomunisti (motivi che nella nobile lettera apparsa domenica 28 luglio su Repubblica è tornata a scandire con una veemenza mitigata dall’urbanità richiesta dalla sua appartenenza al campo socialista) dovrebbe aggiungerne un altro: il «fattore P».
La «P» di questa espressione designa naturalmente la presunzione dei comunisti. Sopravvissuto alla fine del fattore K, decretata dal crollo del Muro e dal collasso dell’Urss, il «fattore P» è oggi, a mio sommesso parere, il principale dei tanti fattori che concorrono a rendere i postcomunisti di oggi identici ai comunisti di ieri. Oggi come ieri, nonostante tutti gli errori e gli orrori di cui brulica il loro passato, essi sono infatti dominati dalla ferma convinzione di essere la crème politica, intellettuale e morale del mondo.
Non hanno capito mai niente. Non ne hanno mai indovinata una. Ogni volta che madama Storia li ha messi alla prova sfidandoli a realizzare i loro miraggi, hanno sempre creato società mostruose. Tutti i regimi nei quali hanno di volta in volta riposto le loro speranze si sono rivelati degli inferni. Tutti i caporioni indigeni e forestieri che hanno di volta in volta ammirato si sono rivelati dei tiranni sanguinari. E quelli di cui si innamorano ancora oggi appartengono sempre, immancabilmente, alla specie dei despoti feroci. Ma niente riesce mai a far vacillare la loro fede nel loro genio di interpreti e ostetrici della Storia. Sono sempre convinti di essere gli unici agenti del Vero e del Bene. E perciò gli unici autorizzati ad assolvere e legittimare, quando occorre, i supposti agenti del Male.
Nulla è più ridicolo di questa presunzione. Nulla, naturalmente, fuorché quella strana misura di candore, codardia, furberia e masochismo di chi anela a inginocchiarsi ai piedi di chi non cessa di sbandierarla.
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