IL FATTORE SILOVKI

Ha l’aria da pacioccone, si addormenta durante le riunioni, usa vagonate di retorica buonista: eppure Romano Prodi a tanti fa paura. Talvolta temono più lui persino di quel sacerdote dell’egemonismo che è Massimo D’Alema, o più del vero capo di Mani pulite, Luciano Violante. Ex comunisti e giustizialisti hanno oggi un’aria da grandi sconfitti della storia che in qualche modo attenua la loro aura di pericolosità.
In Prodi spaventa la mancanza di senso del limite: dall'Irak alle coppie di fatto, al sistema elettorale che minaccia la democrazia. Le posizioni del professore sono inutilmente irritanti, tese a esasperare lo scontro. Si sente, insieme, l'imperizia politica e l'intransigenza dossettiana.
Ma quello che preoccupa di più (e non solo l'avversario ma anche tanti suoi alleati o comunque non elettori del centrodestra) è quel suo stile di comando e quell'imporre i suoi «uomini», caratteristiche che si porta dietro dall'esperienza dell'Iri. I democristiani che frequentano ancora la vita politica italiana sono tanti. Ci sono quelli a loro agio nel sistema bipolare: Giuseppe Pisanu e Claudio Scajola, Enrico Letta e Rosy Bindi sono politici perfettamente integrati con i colleghi della propria parte politica che vengono da esperienze diverse dalla loro. Ci sono quelli che non hanno preso atto della fine della funzione nazionale della Democrazia cristiana. Il ceto politico dc è stato di alta qualità, ha guidato la nostra trasformazione da nazione distrutta dalla guerra a quinta potenza economica mondiale: certo ha lasciato dietro di sé un debito pubblico enorme e tante questioni aperte. Ma anche un'Italia libera e ricca. Comunque con la fine della guerra fredda la funzione storica della Dc è finita. E come avvenne in Francia ai bonapartisti dopo Waterloo o ai comunisti russi dopo la vittoria di Boris Eltsin, ceti politici che hanno dominato una grande nazione hanno perso la loro funzione. C'è chi non se ne fa una ragione come Bruno Tabacci e Ciriaco De Mita: due politici con la testa rivolta al passato.
Prodi è un dc di tipo diverso. Se manteniamo il paragone con la Russia possiamo dire che ricorda quegli ex dirigenti sovietici che non si servono per rafforzare il proprio potere di quadri dell'ex partito-Stato ma di silovki, uomini dei servizi, dell'esercito, della polizia, che assicurano grandissima fedeltà e la esercitano nei settori chiave dell'economia. I silovki di Prodi sono gli uomini già legati all'estesa economia pubblica italiana (industrie statali, banche, Rai e così via) su cui ha dominato a lungo l'ex presidente dell'Iri ora leader dell'Unione. Non serve che siano brillanti (come non sono Ricardo Franco Levi o Rodolfo Brancoli). Anzi meglio se sono legnosi, insensibili agli allettamenti di una politica più raffinata. Decisivo è che siano fedeli a un leader che con i suoi (e nella sue speranze, poi, con la coalizione e infine con tutta l'Italia) si comporta come un capo azienda. Uno stile che alla lunga logora (si consideri il carico di giudizi negativi con cui Prodi ha lasciato la commissione europea) ma che sui tempi brevi dà una sensazione di efficienza e un certo appeal politico. Questo modus operandi spaventa anche un bel po' di ulivisti: banchieri come Alessandro Profumo ed Enrico Salza che oggi guardano di qui e di là (da Massimo D'Alema all'Udc) per farsi proteggere dai silovki prodiani; gli amministratori e funzionari Rai, pur di sinistra, che non vogliono che i vari Minoli o Badaloni la facciano da padroni solo perché si sono schierati con Prodi; i manager e amministratori ds nelle municipalizzate che vedono con orrore arrivare «missi» prodiani con la vocazione solo a esercitare il potere di clan; settori della grande stampa che hanno già sperimentato l'ingerenza prodiana durante il suo primo (breve) governo. Sono partite le primarie, ci sarà poi la campagna elettorale: il fattore «silovki» sarà da tenere sott'occhio. Nonostante tutto Roma non è Mosca.